INDICE DEGLI ARTICOLI SULLA VICENDA LSU/LPU

(a cura del Comitato di Lotta per il Lavoro di Frosinone)

 

 

1.      I LAVORATORI SOCIALMENTE UTILI SONO STATI IMPIEGATI IN GRAN PARTE A COPERTURA DELLE EFFETTIVE CARENZE D’ORGANICO (articolo di APR.98)

2.      GLI LSU CHIEDONO PER TUTTI DIGNITÀ E LAVORO (articolo di OTT.98)

3.      PERCHÉ GLI LSU/LPU DEVONO ESSERE ASSUNTI (articolo di GEN.99)


 

1. I Lavoratori Socialmente Utili sono stati impiegati in gran parte a copertura delle effettive carenze d’organico delle amministrazioni, hanno coperto posti di lavoro veri e necessari, non aggiuntivi e sussidiari. Sono stati impiegati in “nero”, sottopagati, per svolgere quei servizi che ogni amministrazione deve assicurare e che oggi, col perdurare del blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, con l’affermarsi sempre più acritico della logica sciagurata che subordina tutto al mercato, non sono più in grado di fornire se non ricorrendo ad una pratica generalizzata dell’appalto che, ben lungi dal garantire la qualità del servizio reso, subordina la qualità della vita dei cittadini alla convenienza economica dell’impresa.

L’emergenza occupazionale, che nella nostra provincia tra disoccupati, cassintegrati e precari raggiunge ormai le 100.000 unità, si accompagna e si aggrava con una ripresa economica fatta di aumenti di produttività (e in pratica di minore necessità di manodopera) e di flessibilizzazione del mercato del lavoro (e cioè precarizzazione del lavoro dipendente). Una politica per il lavoro allora non si fonda sul sostegno alle imprese né sull’invito all’imprenditorialità stracciona, ma rivendicando come la maggiore capacità di produrre ricchezza, come l’aumento di produttività debba essere reinvestito non già nella produzione di cose da vendere al mercato ma in servizi capaci di migliorare la qualità della vita e il benessere della comunità.

Solo così, investendo cioè in tutti quei beni e servizi utili e necessari alla comunità, si può creare vera occupazione addizionale, cioè dare lavoro ai disoccupati e dare stabilità e certezza al lavoro dei precari reinvestendo equamente gli enormi profitti derivanti dall’aumento di produttività.

La lotta dei Lavoratori Socialmente Utili., che rivendica un lavoro stabile a salario intero per tutti, allora, non è solo la giusta battaglia di una categoria di precari per la tutela di uno specifico interesse, ma diviene emblematica per tutto il mondo del lavoro, coinvolgendo occupati, disoccupati e nuove forme di precariato (finte partite IVA, borse di lavoro, Contratti di Formazione, part-time forzati) per l’affermazione di una reale politica per il lavoro che dalle singole realtà concrete si imponga a tutti i livelli, da quello provinciale a quello regionale fino a livello governativo. 

Ma la rivendicazione di un piano organico per il lavoro da parte delle regioni che coordini e integri mediante il comitato di crisi i piani presentanti dai singoli enti, la rivendicazione di uno slittamento all’1.1.1999 dell’avvio di detto piano e la conseguente proroga dei vecchi progetti a tutto il 31.12.1998, la richiesta al governo di sblocco delle assunzione nel pubblico impiego e la riserva delle scoperture in organico, non sono solo sacrosanti obiettivi da perseguire ma anche e purtroppo l’unico strumento per garantire a tutti gli L.S.U. reali prospettive di un’occupazione stabile.

I Piani d’impresa allegati ai progetti presentati, peraltro in ossequio alla legge, fanno i conti con le disponibilità economiche dei singoli enti e sono inficiati da quella logica tutta subordinata al mercato che confonde la necessaria oculatezza nella gestione della cosa pubblica con la competitività sul mercato (come se il fornire un servizio sociale fosse comparabile con il vendere zucchine del fruttivendolo!). In base a ciò mentre i progetti prevedono la trasformazione di tutti gli L.S.U. in L.P.U., i piani di impresa allegati agli stessi progetti riguardano un numero ben inferiore di lavoratori (secondo Lucisano il 30% ma la previsione e del tutto ottimistica) e di questi, per legge, l’impresa nascente avrà l’obbligo di prelevarne dagli L.P.U. solo il 40%. Nella sostanza dei 4.800 L.S.U. della provincia di Frosinone avranno una ragionevole possibilità di occupazione stabile (sempre secondo le ottimistiche stime di Lucisano) solo 576 e molti di costoro, scelti peraltro nominativamente dall’impresa, lasciati in balia di più o meno improvvisate cooperative cui sarà scaricato per intero l’onere di far quadrare i conti. 

Se i lavoratori, allora, non si organizzano, non danno voce e forza alle rivendicazioni del Comitato, la reale e concreta prospettiva per la stragrande maggioranza di loro è quella che li vede espulsi anche da questa forma di precariato, ricacciati nel baratro della disoccupazione. La prospettiva dei prossimi mesi è quella che vede i lavoratori soggetti ai più vergognosi ricatti, ad ogni tipo di sopruso nell’illusione d’essere al termine graziosamente prescelti tra i tanti per essere avviati nelle nuove imprese.

Quello che occorre fare in questo momento e cioè ora che la prima emergenza è stata superata con la garanzia della prosecuzione del lavoro per un altro anno, è dare una forma stabile ed articolata al Comitato, costituire cioè in ogni paese o almeno in ogni comprensorio Comitati locali organizzati con recapiti e riferimenti precisi, raccogliere tutte le informazioni possibili circa i progetti presentanti, se detti progetti coinvolgono effettivamente tutti gli L.S.U. o se vi siano tuttora degli esclusi, ovvero se qualche ente non ha presentato il progetto di trasformazione o non lo ha presentato per tutti i lavoratori; occorre acquisire i Piani di impresa allegati ai progetti, conoscere quanti lavoratori sono stati impegnati in copertura delle carenze d’organico dell’ente e in quali mansioni; occorre conoscere ogni possibile arbitrio o sopruso cui i lavoratori sono stati o siano soggetti. Occorre che i Comitati sappiano dialogare con occupati e disoccupati per inserire la battaglia in una più generale lotta per il lavoro.


2. GLI LSU CHIEDONO, PER TUTTI, DIGNITÀ E LAVORO

 


 

A sud succede qualcosa di nuovo.

Il movimento degli LSU di Napoli, della Sicilia, del Lazio esce dalla normalizzazione in atto nel paese. I comitati locali che si sono mano a mano organizzati nel corso di questi mesi hanno raggiunto, attraverso la lotta e il conflitto di piazza, risultati in termini concreti e soprattutto una riflessione teorica dirompente - perché dirompente e disperante è oggi l'esistenza nel Sud dell'Italia. Questa riflessione affronta i nodi dell’ideologia del lavoro e pone l’accento sull'importanza di un lavoro veramente utile, dunque  svolto nella comunità e attraverso la riaffermazione di un ruolo della pubblica amministrazione.

           

            La questione della disoccupazione si delinea, oggi, come fenomeno strutturale della società contemporanea, non come il prodotto di una temporanea crisi dello sviluppo, ma al contrario come forma dello sviluppo stesso.

            C'è una crisi della nozione di lavoro e del lavoro stesso. In tutti i paesi industrializzati, la concorrenza capitalistica porta a ridurre le prestazioni sociali, a rendere precario l'impiego, a rendere marginale una parte crescente della popolazione, a lasciare che il livello di vita si deteriori, in breve a sacrificare cose essenziali solo affinché il superfluo possa essere prodotto con maggior profitto e offerto a un miglior prezzo. Slogan come flessibilità, lavoro in affitto, salario d'ingresso, gabbie salariali, ricette del "pensiero unico" per la "soluzione" del problema dell'occupazione, si dimostrano funzionali soltanto al processo di ristrutturazione del capitale e non intaccano minimamente i meccanismi strutturali che sono alla base del problema.

 

            Gli LSU, vivono una condizione che racchiude in sé le caratteristiche di tutto il lavoro precario, sfruttato e mal pagato. Gli LSU, disoccupati o inoccupati, che tali dovrebbero tornare ad essere alla fine dei progetti in cui sono coinvolti e il cui lavoro ha le caratteristiche di utilità al bene-essere della comunità, alla socialità, dunque necessariamente fornito nella sfera pubblica ed a carico della pubblica amministrazione, riaffermano la centralità dell'intervento pubblico a sostegno del diritto di cittadinanza di tutti e di ciascuno. Intendono, con questa posizione, rigettare l’imperante ideologia della competitività sul mercato, che in molti casi ha già prodotto la loro espulsione dai settori “produttivi”.

 

            Gli LSU sono, secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro, 99.537 (ma raggiungono un numero almeno triplo, se aggiungiamo coloro che lavorano nei progetti del Ministero degli Interni, i 35.000 articolisti siciliani, i forestali calabresi ecc.).

            Come è facile intuire da questi dati, queste politiche passive per il lavoro sono largamente usate al Sud, dove è necessario da un lato tamponare la crisi strutturale del sistema capitalistico, e dall’altro gestire una irrisolta questione meridionale.

            Spesso, anche in interventi “autorevoli”, riflessioni parziali sulle dinamiche economiche, sociali e culturali del Sud determinano una indicazione di un "modello di sviluppo" somigliante molto ad una ricetta calata dall'alto (anche da molto in alto, ad esempio attraverso le istituzioni economiche internazionali). Si vorrebbe che il Sud divenisse una sorta di  “laboratorio” per un imprecisato sviluppo eterodiretto, all’interno delle compatibilità della “competizione mondiale”, (dovremo saper competere e vincere stando sul mercato mondiale, per intenderci). Questo attraverso incentivi alle imprese che dovrebbero impiantare a Sud le proprie aziende grazie alle politiche attive per il lavoro e cioè attraverso sgravi contributivi, agevolazioni fiscali, premi di assunzione, borse-lavoro, contratti d’area, patti territoriali.

            Le proposte della finanziaria ‘99 non vanno che in questo senso. Il Governo prosegue (o meglio dire avrebbe voluto proseguire) spedito secondo il proprio ormai “delirio ideologico”:

a)   contributo alle imprese che collocano disoccupati o precari (LSU ad esempio);

b)   sgravi contributivi per tre anni per chi occupa disoccupati nel meridione;

c)    incentivi all’autoimprenditorialità;

d)   migliaia di miliardi alle imprese attraverso il rifinanziamento della L.488;

e)   costruzione di grandi infrastrutture nel Meridione.

 

            Per gli LSU, mira, vagamente, alla creazione di lavoro stabile, ribadendo, parola di Pizzinato, la “bontà” della linea seguita fino a questo punto con il 468 e i decreti successivi. Riservare, inoltre, una quota del 30% mediante avviamenti a selezione secondo la legge 56/87 è ammettere che parte delle vie d’uscita sono nell’emigrazione al Nord. Ma questo, già da qualche decennio,  lo si sapeva.

           

            Dall’altro lato, di fronte ad una vivacissima protesta che si estende di giorno in giorno in tutto il meridione e centro Italia, e che coinvolge i lavoratori organizzati e non, in cui si ribadisce la richiesta di una politica per i servizi, e non - come avviene da sempre - assistenza alle imprese, si è riaperta nei fatti una possibilità che la questione degli LSU abbia uno svolgimento diverso da quello prospettato finora.

            Il Governo ha anche pensato ad una agenzia specifica per il Sud (Alter), la quale avrebbe potuto agire come una agenzia di lavoro interinale assumendo 130.000 LSU. Tale soluzione però, se apparentemente può risolvere in prospettiva alcune delle aspettative di una parte del mondo precarizzato (gli LSU), sancirebbe definitivamente la direzione seguita finora e non costituirebbe alcuna rottura di continuità. Definendo una sorta di “precarietà stabile” per dipendenti della pubblica amministrazione, non si fa altro che proseguire nella rottura definitiva delle ultime difese del lavoro stabile, per accelerare quel processo di precarizzazione della nostra società di cui si accennava sopra.

            Tale soluzione sarebbe osteggiata anche dai sindacati confederali ma per motivi opposti. Essa sarebbe troppo “assistenziale”, mentre “vedrebbero bene” una ipotesi di “svendita” al mercato delle agenzie di lavoro in affitto private gli LSU (vedi ASSOINTERIM).

 

            La soluzione sta nel dare a tutti, indistintamente, lavoro stabile e salario intero, garantendo, nel caso degli LSU, l'assorbimento negli organici, dando copertura delle effettive carenze di organico, cui hanno sopperito e stanno sopperendo realmente e artatamente i precari.

            Si tratta dunque di ribadire l’imprescindibilità di un ritorno all’intervento pubblico a sostegno del diritto di cittadinanza di tutti e di ognuno, rappresentato fino ad oggi come “assistenzialismo”. La retorica dell’anti-assistenzialismo prospetta di affrontare la questione occupazione attraverso una mera valutazione del problema su basi economiche (solo se il lavoratore è una merce più redditizia di altre/altri lavoratori - potrà essere impiegato, anche se magari con salario bassissimo). In questo modo si resta schiavi dell'ideologia produttivistica e si rende impraticabile ogni possibilità di prospettare un modello sociale altro. Tutto questo mentre il coro canta, appunto, le laudi dell'assistenza all'impresa, preparando la terzomondizzazione del Sud dell'Italia con i contratti d'area e gli accordi per l'"emersione" del lavoro nero.

           

            In questa direzione la battaglia degli LSU - emblematica di una lotta contro una ideologia che minaccia tutti - va sostenuta e appoggiata da lavoratori dipendenti, precari e disoccupati. In un certo senso tale problematica sarebbe uno dei cunei dove si potrebbe aprire la rivendicazione a tutto il mondo dei disoccupati, dei precari e degli sfruttati, fornendo loro anche una via d’uscita realmente alternativa alle politiche neoliberiste in atto: il ruolo forte del pubblico anche attraverso l’auto-organizzazione.

            Questa battaglia vuole riportare l'economia dentro la società, mentre ormai oggi la società è sempre più succube delle “oggettive” esigenze dell’economia. Solo così si potrà riaffermare il lavoro come strumento di miglioramento della qualità della vita, contrastando ogni forma imposta di lavoro flessibile, precario e servile.

 

                                   Frosinone, ottobre 1998

 


3. Perché gli LSU/LPU devono essere assunti

Uno degli argomenti “forti” a sostegno della rivendicazione base del movimento dei lavoratori socialmente utili di assunzione per tutti all’interno della pubblica amministrazione è la denuncia dell’impiego degli stessi, operato su larga scala dalle amministrazioni utilizzatrici, a copertura delle carenze di organico determinatesi e progressivamente aggravatesi negli anni per effetto del blocco delle assunzioni e del mancato turn over fisiologico.

Nel panorama dei luoghi comuni e degli assiomi non dimostrati giornalmente sfornati dal chiacchiericcio politico ed economico che sostanzia le scelte monetariste e produttiviste imperanti, infatti, non vi traccia del dato di fatto per cui gli impiegati pubblici in Italia non sono affatto troppi ma, anzi, sono percentualmente in numero minore rispetto a tanti altri paesi europei, mentre nello stesso tempo viene propagandato il ruolo taumaturgico del mercato per una politica di privatizzazione dei servizi che in realtà, tra l’altro, scaricherebbe in primo luogo sui lavoratori, ma anche sugli utenti, l’onere dei profitti delle relative aziende.

Dietro la sacrosanta rivendicazione dell’assunzione nell’amministrazione presso cui si lavora, allora, deve porsi chiaramente e con forza anche la questione di un rilancio del ruolo del pubblico che solo può garantire la fornitura di tutti quei servizi ad alto contenuto di socialità non parametrabili sulla scala dei valori e sui listini prezzi delle merci. Nella sostanza occorre incrinare la logica monetarista e produttivistica del P.I.L. svelandone l’imbroglio e rivendicare con forza la redistribuzione degli enormi profitti accumulati dalle imprese, redistribuzione che può avvenire anche in posti di lavoro pubblici per il pubblico interesse.

L’assenza sull’agenda politica della soluzione “pubblica” per i lavoratori socialmente utili è rafforzata dalle proprietà “elastiche” del muro eretto su questo punto dagli interlocutori amministrativi e politici ed in special modo dal Ministero del Lavoro.

Questo muro è costituito dall’assioma per il quale questi lavoratori sarebbero in realtà socialmente “inutili” e godrebbero di questo sussidio di disoccupazione in cambio di  un impegno “pro forma”.

A nulla sono valse fino ad ora le argomentazioni contrarie: nella regione Lazio, ad esempio, senza gli Lsu la stragrande maggioranza delle scuole sarebbero chiuse per mancanza di personale ausiliario e in un numero altissimo di piccoli e piccolissimi comuni gli uffici sarebbero chiusi sempre per mancanza di personale, mentre in molti altri sarebbe chiuso anche il locale cimitero! Di fronte a questi dati di fatto immediatamente accertabili il massimo di reazione finora ottenuto è un vacuo sorriso …

A queste considerazioni va poi aggiunta un’altra valutazione: la realtà di molti di questi lavoratori è tale da rendere problematica la loro organizzazione: suddivisi in una miriade di piccoli e piccolissimi progetti, ulteriormente  dispersi in sedi di lavoro decentrate e sottoposti ad ogni forma di ricatto e di disinformazione finiscono per essere difficilmente impegnabili per le indispensabili iniziative di lotta del movimento senza strumenti di lotta attivabili capillarmente.

In questo quadro va collocata la proposta dell’attivazione di massa dei ricorsi giudiziali.

L’attuale nuovo quadro normativo, infatti, offre delle rilevanti opportunità: la prima grande novità è costituita dal fatto che il dipendente pubblico non ha più come interlocutore giudiziale il TAR ma il giudice ordinario nella veste di giudice del lavoro e quindi una miriade di soggetti indipendenti sia tra loro che rispetto all’apparato amministrativo. Da questo fatto può discendere la possibilità che  il Ministero del Lavoro, con i propri uffici periferici, possa essere posto nella condizione di dover  “decidere” politicamente, senza possibilità di rimuovere il problema, dovendo da un punto di vista politico prioritariamente evitare le mine vaganti dei pronunciamenti giudiziari diffusi e non controllabili politicamente dei singoli pretori.

Quest’opportunità è offerta dall’introduzione del tentativo obbligatorio di conciliazione, prima del ricorso al giudice del lavoro, anche per le controversie relative al pubblico impiego, presso le Direzioni Provinciali del Lavoro.

Nella pratica ed utilizzando come testa di ponte i casi incontrovertibili (e sono decine di migliaia!) si può sommergere le Direzioni Provinciali del Lavoro di ricorsi volti al riconoscimento del lavoro svolto come rapporto di pubblico impiego bloccando di fatto l’attività degli uffici e, spingendo per il pronunciamento del collegio di conciliazione sui casi incontrovertibili, far concretamente intravvedere la possibilità per il Ministero di trovarsi con migliaia di condanne pronunciate dai singoli pretori del lavoro disseminati sul territorio e costringendolo così a ricercare una soluzione politica che coinvolga tutti i lavoratori.

E’ evidente come  questa campagna costituisca solo un ulteriore strumento della lotta e che la sua attivazione debba essere da stimolo alle altre iniziative attraverso la capillarizzazione del movimento.