una mutazione genetica
il lavoro tra desiderio e degrado
Associare il territorio della provincia di Frosinone all’emergenza occupazionale
è un luogo comune.
La crisi del “lavoro” è un dato di fatto assodato nel dibattito, politico,
sociale ed amministrativo nostrano, un dato così assodato che di regola si
soprassiede da un minimo di analisi del fenomeno per discettare sulle possibili
soluzioni: sviluppo di infrastrutture, agevolazioni per gli investitori, aumento
della flessibilità nel mercato del lavoro e nel rapporto di lavoro, riduzione
del costo del lavoro.
L’argomento forte, sostenuto - certo con diverse sfumature - pressoché
unanimemente dai diversi schieramenti politici e sociali e avversato solo da
piccole minoranze politiche, sindacali ed ecologiste, è racchiuso nell’assioma
che vuole ogni possibilità di sviluppo economico e quindi di produzione
dell’energia indispensabile per dare impulso al volano dell’occupazione,
all’interno della competizione imposta dal processo di globalizzazione in atto.
In sostanza l’imperativo assoluto è la competitività, la riduzione dei costi,
l’offerta agli investitori del territorio e delle risorse al più basso prezzo
possibile.
Non è compito di questo numero di cittànova analizzare i termini economici del
problema, per cui tenteremo di approfondire solo gli elementi propri del mercato
del lavoro e del rapporto del lavoro.
Le domande di flessibilità nel rapporto di lavoro e di liberalizzazione delle
procedure di avviamento al lavoro sono addirittura assillanti ed ai presunti
ritardi del legislatore e della macchina burocratica vengono imputate le
responsabilità della stagnazione economica e della crisi occupazionale. Ai
giovani e meno giovani senza lavoro si prospetta uno sviluppo impetuoso delle
opportunità di lavoro in cambio della rinuncia a quelle tutele e a quelle
garanzie che in quasi cento anni di legislazione sociale avevano sostenuto le
parti di quella che nella dottrina giuslavoristica è il contraente debole del
contratto di lavoro: il lavoratore. Anzi, queste tutele e queste garanzie
vengono dipinte come privilegi di un’aristocrazia operaia ottusa e chiusa alle
esigenze di una modernità in grado di offrire nuove e straordinarie occasioni di
lavoro alle nuove generazioni.
Ma qual’è effettivamente lo “stato dell’arte” in tema di lavoro oggi in Italia?
In altra parte del giornale si disegna sottoforma di glossario la mappa delle
forme di lavoro atipiche proliferate in questi anni. Più avanti in queste righe
si osserva come già oggi nella nostra provincia il 55% delle assunzioni sono
monopolizzate dalle forme atipiche che passano per le strutture di collocamento.
Se poi a queste si aggiungono le forme che al collocamento sfuggono, come il
lavoro interinale (in affitto) e le collaborazioni coordinate e continuative, o
che si presentano come impiego sussidiato di disoccupati (borse lavoro, piani di
inserimento professionali e lavori socialmente utili / di pubblica utilità),
appare evidente come queste forme atipiche assorbano già da sole la stragrande
maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro. Ma non basta, occorre a questo
proposito ricordare che dal 1986 in Italia è scomparsa ogni forma di assunzione
numerica a favore delle assunzioni nominative a totale discrezione del datore di
lavoro.
Data questa situazione chi scrive non comprende quali forme di ulteriore
flessibilità sia possibile introdurre sul mercato del lavoro se non una totale
deregolamentazione (come vorrebbe un referendum radicale per quel che riguarda
il lavoro in affitto!) che aggiunga alla totale libertà di scelta già
appannaggio del datore di lavoro, anche il totale ed incontrollato arbitrio del
più forte.
Per quanto attiene alla gestione e alla flessibilità del rapporto di lavoro il
glossario già menzionato e ancor di più le testimonianze raccolte in altra parte
del giornale dimostrano come le forme di lavoro atipiche costituiscano già di
per loro una caduta verticale delle tutele e delle garanzie poste dalla
legislazione sociale a tutela del lavoro dipendente.
La richiesta di maggiore flessibilità deve perciò essere riferita alla forza
lavoro tradizionale residuale e ha due obiettivi: la validità generale dei
Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e l’eliminazione delle tutele (anche
queste nel mirino di un referendum radicale) contro i licenziamenti
indiscriminati e cioè non motivati da una giusta causa o da un giustificato
motivo.
Riferendosi, poi, al contenimento del costo del lavoro bisogna dire che le forme
atipiche già menzionate sono in genere caratterizzate da un’esenzione
contributiva se non dalla completa gratuità della prestazione che è remunerata
dallo Stato (Borse lavoro, piani di inserimento professionale, lavori
socialmente utili / di pubblica utilità). Ma a questo dato va aggiunto il fatto
che anche una significata percentuale di avviati a tempo indeterminato (per i
primi nove mesi del 1999 ben il 36,2% degli assunti nella provincia di
Frosinone) fa godere i datori di lavoro di un’analoga esenzione contributiva.
Di fronte ad una siffatta situazione non è comunque possibile per nessuno negare
come ormai sia stato introdotto da tempo in Italia ed a Frosinone un
significativo grado di flessibilità del lavoro e del suo mercato e di
contenimento del costo del lavoro che comunque venga giudicato (insufficiente,
adeguato od eccessivo) riverbera pesantemente i propri effetti sulla realtà
socio-economica ed occupazionale del territorio.
Dando credito alle tesi dei sostenitori della flessibilità ci dovremmo aspettate
almeno un tendenziale incremento dell’occupazione. E’ così?
In effetti analizzando i dati ufficiali forniti trimestralmente su base mensile
dall’Ufficio di Direzione della Direzione Provinciale del Lavoro di Frosinone
appare un dato sorprendente: l’occupazione nella provincia di Frosinone dovrebbe
in effetti essere aumentata. Infatti dal rapporto tra avviamenti al lavoro e
cessazioni di rapporti di lavoro nel periodo 1/1/98 – 30/9/99 (il periodo in
esame) si rileva un saldo attivo di 5.541 unità.
Questo dato però entra immediatamente in contraddizione con un'altra
rilevazione: il numero di iscritti nelle liste di collocamento nello stesso
periodo è aumentato di 8.611 unità, raggiungendo la cifra record di 95.464
persone in cerca di lavoro. Se questo incremento è determinato in primo luogo
dagli inoccupati, ovvero dalle persone in cerca di prima occupazione, con un
contributo di 7.968 unità contro un incremento di sole 643 unità di disoccupati,
e cioè di lavoratori che il lavoro lo hanno perso, c’è però da rilevare che la
categoria dei disoccupati è ben rappresentata nel fenomeno dei “desaparesidos” e
cioè di coloro che periodicamente scompaiono dalle rilevazioni statistiche. Per
la legge italiana disoccupato o inoccupato è solo colui che “timbra” annualmente
il tesserino di disoccupazione al collocamento e nel mese di dicembre gli uffici
procedono alle cancellazioni di coloro che non hanno adempiuto all’obbligo
nell’anno precedente. Nel solo mese di dicembre 1998 sono così svaniti nel nulla
5.041 disoccupati e 6.781 inoccupati. Certo, una parte di questi avrà raggiunto
i limiti d’età, un’altra parte avrà avviato un’attività in proprio, una parte
ancora si iscriverà nuovamente al collocamento nell’anno successivo, ma è
comunque fuor di ogni dubbio che la disoccupazione è un fenomeno in costante e
drammatico aumento e se l’incremento è in buona misura determinato dalla
disoccupazione giovanile (6.161 unità sotto i 26 anni), appare drammatico il
dato delle persone in cerca di lavoro ultratrentenni costantemente intorno alle
38.000 unità e al 40% del totale.
Analizzando del resto il grafico dell’andamento occupazionale si nota che le
curve degli avviamenti e delle cessazioni sono estremamente frastagliate con
fenomeni di picco, in un senso o nell’altro, evidentemente legati a fattori
diversi e non riconducibili ad una possibile tendenza tutt’ora non definibile.
Come spiegare, allora, l’apparente contraddizione tra il significativo saldo
attivo tra avviati e licenziati (che dovrebbe significare incremento
dell’occupazione) e il contemporaneo drammatico aumento della disoccupazione?
Se si osservano le tipologie di avviamento relative ai primi nove mesi dell’anno
1999 (dato omogeneo disponibile) appare immediatamente evidente un primo
elemento: il 55% del totale degli avviamenti si riferiscono a rapporti di lavoro
temporanei e precari, cioè assunzioni a termine, Contratti di Formazione Lavoro
e rapporti di apprendistato; mentre il 36.2% delle rimanenti assunzioni
effettuate a tempo indeterminato si riferiscono alle cosiddette fasce deboli
(disoccupati e inoccupati di lunga durata, ovvero con oltre 24 mesi di
iscrizione al collocamento, lavoratori ultraquarantenni posti in mobilità, ecc.)
per l’assunzione dei quali il datore di lavoro gode di particolari agevolazioni
quali l’esenzione contributiva. Nella sostanza del totale delle assunzioni
effettuate nel corso dei primi nove mesi del 1999 solo il 28,7% risultano essere
assunzioni a tempo indeterminato soggette al regolare versamento contributivo ai
fini pensionistici.
Se a questo dato si aggiunge la rilevanza sul territorio della provincia di
Frosinone negli avviamenti del settore edile che, se pur effettuati a “tempo
indeterminato”, si risolvono normalmente nel giro di qualche mese per
“ultimazione del