IL LAVORO ATIPICO IN ITALIA ALLA FINE DEGLI ANNI ‘90
A cura dell'IRES
(Di Giovanna Altieri e Cristina Oteri)

 

1. Il lavoro atipico: tendenze e ruolo nell'occupazione italiana

L'Istat nel suo rapporto annuale sulla situazione del paese ha dato grande rilievo al lavoro atipico, di cui viene evidenziato il forte dinamismo nel corso degli anni '90.

Nel periodo che va da ottobre 1992 a Gennaio 2000 viene rilevato come il lavoro atipico sia passato dal 10,6% al 15,2% dell'occupazione dipendente complessiva, registrando una crescita del 45,2% a fronte di una crescita dell’occupazione totale soltanto dello 0,7%, di un aumento dell’occupazione dipendente dell’1,5% e di una flessione dell’occupazione autonoma pari all’1,3%.

Secondo l’Istituto nazionale di statistica la diffusione del lavoro atipico dipendente è certamente avvenuta a scapito dell’occupazione tipica fino al 1997. Negli ultimi due anni infatti la tendenza alla sostituzione di contratti tipici con occupazione atipica risulterebbe meno evidente.

L’Istat suggerisce di distinguere nel periodo compreso tra ottobre 1992 e gennaio 2000 tre fasi, sulla base dell’andamento dell’occupazione totale: "una prima fase recessiva che dall’ottobre 1992 giunge fino alla primavera del 1995, quando l’occupazione tocca il suo punto di minimo e si riduce di ben il 7,2%; una fase intermedia di crescita moderata fino all’ottobre 1997; una fase finale di crescita sostenuta che dalla fine del 1997 giunge fino al primo trimestre dell’anno in corso".

Da aprile 1995 a ottobre 1997 l’occupazione totale cresce dell’1,3%, laddove da ottobre 1997 a gennaio 2000 si incrementa del 2,8%.(Tab.1)

Un ruolo cruciale nel trainare la crescita dell’occupazione è stato svolto in entrambe le fasi dai lavori atipici.

Esaminiamo i dati: il lavoro atipico nei periodi aprile 1995 - ottobre 1997 e ottobre 1997- gennaio 2000 ha registrato rispettivamente un incremento del +1,2% e del + 2,3%. Nella prima fase esso rappresentava il 97% dell’aumento dell’occupazione totale e nella seconda oltre l’82%.

La suddivisione in fasi consente così di evidenziare il diverso ruolo che il lavoro atipico ha assunto nel corso degli anni novanta, in relazione alle diverse fasi cicliche dell’economia italiana.

Il rapporto ISTAT sottolinea "l’esistenza di una significativa sensibilità dell’occupazione temporanea all’evoluzione congiunturale dell’attività produttiva, con una funzione ammortizzatrice delle fluttuazioni cicliche dell’occupazione standard", ma fornisce anche informazioni sui riflessi anche qualitativi di una crescita economica più sostenuta. Nell’ultima fase infatti risulta positivo anche il contributo del lavoro standard alle dipendenze (+0,5%), mentre il lavoro autonomo, dopo un breve periodo di sviluppo, è tornato a diminuire nell’ultimo anno e non ha fornito alcun contributo alla crescita dell’occupazione nel periodo.

Nel periodo 1998- 1999 la crescita dell’occupazione si è concentrata soprattutto nel settore dei servizi, in cui peraltro vi è una elevata presenza di contratti atipici. Nell’industria la situazione è rimasta sostanzialmente stabile (-0,4%), mentre in agricoltura si è avuto un elevato calo dell’occupazione (-5,5%).

Tab.1 - Contributo alla crescita dell'occupazione per posizione nella professione e carattere dell'occupazione. Dati destagionalizzati. Ottobre 1992-Gennaio 2000 (valori percentuali) -

 

Aprile 95 su Ottobre 92

Ottobre 97 su Aprile 95

Gennaio 2000 su Ottobre 97

Gennaio 2000 su Ottobre 92

         
OCCUPATI

-3,2

1,3

2,8

0,7

Autonomi

-0,5

0,2

0,0

-0,4

Dipendenti

-2,7

1,1

2,8

1,1

-Tipici

-2,7

-0,1

0,5

-2,4

-Atipici

0,0

1,2

2,3

3,4

Fonte: ISTAT, Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro - Rapporto annuale sulla situazione del Paese -

Le statistiche ISTAT da sole non consentono di catturare l’entità del lavoro atipico, nelle sue diverse forme. Esse infatti rilevano le due forme di occupazione del lavoro autonomo e del lavoro dipendente e all'interno di quest'ultimo vengono evidenziate come forme atipiche esclusivamente il part-time ed il tempo determinato. Per avere un quadro più esaustivo del mondo degli atipici occorre dunque fare riferimento anche ad altre fonti, in particolare quelle amministrative. Il Ministero del Lavoro fornisce dati sui contratti di formazione lavoro (CFL), di apprendistato, lavori socialmente utili (LSU), Piani di inserimento professionale (PIP), borse di lavoro, mentre dall'archivio INPS si possono ricavare informazioni sui lavoratori parasubordinati, ossia iscritti all’ormai ben noto fondo del 10-13%. Infine Confinterim fornisce dati sul lavoro interinale.

Il fatto di lavorare su così tante fonti, certo non facilita il compito di chi cerca di ricomporre in modo esaustivo i diversi "pezzi" del mercato del lavoro, per poter meglio comprendere cosa sta succedendo. In particolare nella lettura dei dati sul lavoro atipico l’avvertenza doverosa, che è anche un limite delle analisi, è che l’integrazione delle diverse fonti di dati non sempre consente di eliminare le quote di sovrapposizione tra le diverse forme di lavoro atipico. Ad esempio non è possibile quantificare esattamente quanti hanno un lavoro part-time e sono anche collaboratori coordinati e continuativi o sapere con certezza quale quota di contratti di formazione lavoro o di apprendistato sono inclusi nella rilevazione ISTAT dei lavoratori a tempo determinato.

Questa ovviamente non è soltanto una preoccupazione di tipo statistico; infatti avere informazioni certe sui soggetti coinvolti nelle diverse forme di lavoro, a cui corrispondono profili diversi di lavoratori, portatori di bisogni diversificati, è prima di tutto un'esigenza per orientare correttamente le politiche occupazionali e sociali.

L’integrazione delle diverse fonti consente di avere un quadro delle diverse articolazioni del lavoro atipico. Prima di inoltrarci nell’analisi dei dati va sottolineato che per quanto riguarda i CFL, e i contratti di apprendistato si tratta di dati provvisori in quanto il Ministero del lavoro non ha ancora divulgato i dati definitivi. Confrontando i dati 1998 con i dati 1999 notiamo che in termini di incidenza sull’occupazione il lavoro atipico cresce in tutte le sue forme, ad esclusione dei contratti di formazione lavoro (CFL) e dei Piani di inserimento professionale (PIP). La crescita è da attribuirsi soprattutto alle donne, anche se in valori assoluti gli uomini sono la maggior parte degli atipici, ad eccezione del part-time.

Tra tutte le forme di lavoro atipico il maggior peso sull’occupazione è quello del lavoro coordinato e continuativo( co.co.co.) In particolare il peso dei lavoratori parasubordinati sull’occupazione è passato dal 7,8% del 1998 all’8,6% del 1999, i maschi sono aumentati dello 0,6%, mentre le femmine dell’1,2%. Quest’ultime hanno raggiunto nel 1999 un’incidenza sull’occupazione femminile pari al 10,5%.

Anche il peso del tempo determinato e del part-time è aumentato rispetto all’anno precedente: per la prima forma di lavoro si è passati dal 6,4% al 6,8% e nel secondo caso dal 7,3% al 7,9%. Anche in questi casi l’aumento è dovuto essenzialmente alla componente femminile dell’occupazione. Da sottolineare che la percentuale di donne part-time sul totale delle donne occupate è pari al 15,6%, contro un esiguo 3,5% dei maschi.

Le persone che hanno al contempo un contratto a tempo determinato e part-time sono il 19,8% dei maschi e il 21,4% delle femmine.

Osservando le tabelle 2 e 3 si nota che i contratti di formazione lavoro nel periodo considerato hanno diminuito la loro incidenza sull’occupazione, così come i PIP che sono passati dallo 0,4% del 1998 a un esiguo 0,06% del 1999.

La diminuzione dei Contratti di Formazione lavoro sembrerebbe da correlare all’incertezza sul futuro di questo strumento in seguito alla bocciatura avuta da Bruxelles che ha dichiarato non "in regola" questo tipo di contratto con l’accusa di essere meramente degli aiuti di Stato e quindi lesivi della concorrenza. In questi ultimi giorni si è andato però chiarendo il quadro normativo in materia (cfr. Il Sole 24 Ore del 24 giugno 2000).

Sono cresciuti invece i contratti di apprendistato, passando dall’1,7% al 2,1%, mentre sono rimasti stabili i Lavori socialmente utili e di Pubblica utilità (LSU e LPU).

Da notare che tra le diverse forme dell’atipico il lavoro interinale negli anni considerati è invece più che triplicato, passando da un valore dello 0,3% all’1,1%. Va anche sottolineato che il lavoro interinale, così come i contratti di apprendistato, continua ad essere diffuso soprattutto al Nord, dove in termini di incidenza sull’occupazione si va avvicinando ai CFL (rispettivamente 1,3% e 1,8%), mentre al Centro e al Sud i lavoratori interessati da questa modalità di lavoro continuano ad essere un numero contenuto.

Tab. 2 - Il lavoro atipico nel 1998. Valori assoluti e incidenza sull’occupazione. -

 

Valori assoluti

Incidenza sull'occupazione

  Maschi Femmine Totale Maschi Femmine Totale
Tempo determinato

686.000

602.000

1.288.000

5,3

8,2

6,4

Part-time

441.000

1.031.000

1.472.000

3,4

14,0

7,3

Parasubordinato

883.094

684.877

1.567.971

6,9

9,3

7,8

Contratti di formazione lavoro

262.771

140.007

402.844

2,0

1,9

1,9

Contratti di apprendistato

206.208

134.877

341.085

1,6

1,8

1,7

LSU /LPU

73.885

63.228

137.113

0,6

0,8

0,7

Interinale

n.d.

n.d.

52.312

n.d.

n.d.

0,3

PIP

23.448

36.318

81.821

0,1

0,5

0,4

Borse di lavoro

31.402

31.425

62.827

0,2

0,4

0,3

Totale Occupati

12.833.000

7.364.000

20.197.000

     

Fonte: elaborazione IRES su dati ISTAT (media 1998), INPS, Ministero del lavoro (OML), Confinterim

I dati rilevati si riferiscono tutti a dicembre 1998, eccetto i dati INPS che si riferiscono a settembre 1999.

 

Tab. 3 - Il lavoro atipico nel 1999. Valori assoluti e incidenza sull’occupazione. -

 

Valori assoluti

Incidenza sull'occupazione

  Maschi Femmine Totale Maschi Femmine Totale
Tempo determinato

737.000

673.000

1.410.000

5,6

8,9

6,8

Part-time

460.000

1.176.000

1.636.000

3,5

15,6

7,9

Parasubordinato

987.128

794.469

1.781.597

7,5

10,5

8,6

Contratti di formazione lavoro

243.261

129.022

372.283

1,8

1,7

1,8

Contratti di apprendistato

263.363

174.394

437.757

2,0

2,3

2,1

LSU/LPU

77.011

67.128

144.139

0,6

0,9

0,7

Interinale

112.207

75.756

239.230

0,8

1,0

1,1

PIP

5.057

7.942

12.999

0,03

0,1

0,06

Totale Occupati

13.158.000

7.533.000

20.692.000

     

Fonte: elaborazione IRES su dati ISTAT (media 1999), INPS, Ministero del lavoro (OML), Confinterim, Manpower.

N.B. Poiché alcune posizioni sono sovrapponibili e in parte incluse nel tempo determinato i dati riportati non sono sommabili.

Annotazione sulle fonti:

I dati sul tempo determinato e sul part-time, sono tratti dalla RTFL dell’ISTAT, media 1999.

L’Osservatorio del Mercato del Lavoro è la fonte dei dati sui Contratti di formazione lavoro (che si riferiscono al primo semestre del 1999), sui contratti di apprendistato (dati provvisori pubblicati nella Relazione generale sulla situazione economica del Paese, 1999 del Ministero del Tesoro), su LSU/LPU (stock medio annuo, I semestre 1999) PIP (stock medio annuo 1999).

I dati sul lavoro interinale sono stati tratti nella ripartizione per genere dal Rapporto di Monitoraggio sulle politiche occupazionali e del lavoro (giugno 2000) del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Il totale è superiore alla somma dei valori parziali per sesso in quanto, al fine di avere un dato maggiormente attendibile, sono stati sommati i dati divulgati da Confinterim (194.836) e da Manpower (44.394) sui lavoratori avviati.

Infine i dati sul lavoro parasubordinato sono di fonte INPS , fondo 10-13% e si riferiscono al 26 maggio 2000

Vediamo ora le differenze per ripartizione territoriale. Il lavoro atipico sta via via conquistando sempre maggiori porzioni di occupazione al Sud e ciò riguarda soprattutto le donne meridionali, per lo più giovani. In valori assoluti comunque la maggior parte degli atipici continua ad essere concentrata nel Nord e nel Centro, ossia dove c’è più lavoro. Ad esempio si pensi che a livello regionale la maggiore percentuale di incidenza del lavoro parasubordinato sull’occupazione si ha in Lombardia con un valore dell’10,5%, ma che tale valore tra le donne siciliane sale al 13,8%, distanziandosi quindi di circa 5 punti dal valore nazionale.

Va notato inoltre che il peso del tempo determinato nell’Italia settentrionale è del 5,3%, nell’Italia Meridionale del 9,5% e nelle Isole dell’11,9%. Ancora una volta va sottolineato il peso rilevante delle lavoratrici a tempo determinato che nelle Isole sono il 14,6% delle occupate. (Tab. 4)

Rilevante è inoltre il peso degli LSU/LPU nelle Isole. Si pensi che in Sicilia il peso delle donne che lavorano con questo tipo di contratto sull’occupazione femminile è pari al 5,1%.

 

Tab. 4 - Incidenza del lavoro atipico sull’occupazione a livello ripartizionale per sesso -

  Tempo determinato Part-Time CFL Apprendistato Interinale Parasubordinato LSU/LPU
 

M

F

T

M

F

T

M

F

T

M

F

T

M

F

T

M

F

T

M

F

T

Nord

3,8

7,5

5,3

2,9

16,9

8,4

1,9 1,7 1,8

2,7

2,9

2,7

1,2 1,3 1,3

9,3

10,0

9,6

0,1 0,2

0,1

Centro

4,6

8,2

6,0

3,3

15,5

7,9

1,9 1,6 1,8

1,9

1,9

1,9

0,6 0,8 0,7

8,7

11,2

9,6

0,3 0,7

0,4

Meridione

8,2

12,5

9,5

4,1

11,4

6,3

1,9 2,2 2,0

1,1

1,6

1,2

0,6 0,4 0,5

3,8

10,3

5,7

1,5 1,8

1,6

Isole

10,8

14,6

11,9

5,6

14,7

8,3

1,2 1,4 1,2

1,0

1,0

1,0

0,1 0,1 0,1

4,1

13,5

6,8

1,8 5,1

2,8

Italia

5,6

8,9

6,8

3,5

15,6

7,9

1,8 1,7 1,8

2,0

2,3

2,1

0,9 1,0 1,1

7,5

10,5

8,6

0,6 0,9

0,7

Fonte: elaborazioni IRES su dati ISTAT, INPS, Ministero del lavoro (OML), Confinterim, Manpower.

N.B. Si veda annotazione sulle fonti.


2. Le articolazioni del lavoro atipico

2.1 Il lavoro coordinato e continuativo.

Gli iscritti al fondo INPS del 10-13%, cosiddetti "attivi", al 9 maggio 2000 sono 1.781.597. Dal 1996, anno di istituzione del suddetto fondo gli iscritti sono andati aumentando con incrementi percentuali abbastanza elevati ma di anno in anno via via più contenuti. Così nel primo anno si è avuto un incremento del 22,6%, nel 1998 del 15,1% e nel 1999 del 13,3%. (Tab 5). La crescita del fondo è da attribuirsi soprattutto alle nuove iscrizioni delle donne e dei giovani. Si pensi che in quasi un anno (da giugno ‘99) le donne iscritte al fondo sono aumentate di 1,3 punti percentuali e che a maggio 2000 esse sono il 44,6% degli iscritti. Tale dato è assai rilevante considerando che nel mercato del lavoro italiano le donne sono soltanto il 35,4% degli occupati.

Tab 5 – Tassi di crescita degli iscritti al fondo INPS 10-13% per sesso e tipologia. Dicembre 1996-1999. –

 

Maschi

Femmine

Totale

 

Professionisti

Collaboratori

Professionisti e collaboratori

Totale

Professionisti

Collaboratori

Professionisti e collaboratori

Totale

Professionisti

Collaboratori

Professionisti e collaboratori

Totale

1997

13,8

18,7

16,9

18,1

18,4

29,3

22,0

28,5

15,1

23,4

18,7

22,6

1998

13,6

14,2

12,5

14,1

18,3

16,5

13,9

16,5

15,0

15,2

13,0

15,1

1999

12,5

12,3

5,3

12,1

18,4

14,8

6,5

14,8

14,4

13,4

5,8

13,3

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS

Definizioni:

Confrontando i dati per età al 31 dicembre 1999 e a giugno 1999 notiamo che è soprattutto la prima classe di età, quella dei giovani fino ai 29 anni, ad aumentare passando dal 21,7% al 24,4%. Si mantiene invece stabile la classe di età compresa tra i 30 e i 39 anni, che è la classe nella quale si concentra il maggior numero di lavoratori, mentre perdono peso le classi più avanzate. (Tab.6 ) A tal proposito va notato però che i soggetti di oltre 60 anni, pur costituendo la classe numericamente più piccola, sono anche quelli che hanno registrato nel periodo compreso tra settembre 1999 e maggio 2000 l’incremento maggiore in termini di iscrizioni. Essi infatti sono aumentati del 19%, a fronte di un incremento nazionale del 12%. (Tab. 7)

Tab. 6 – Iscritti attivi al fondo INPS 10-13% per classi di età. Giugno 1999-dicembre 1999. (Valori percentuali) -

  11 giugno 1999 31 dicembre 1999
Fino a 29 anni

21,7

24,4

30-39 anni

30,4

30,3

40-49 anni

21,4

20,6

50-59 anni

17,3

16,3

60 anni e oltre

9,2

8,4

Totale

100,0

100,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS

Tab. 7 - Iscritti attivi al fondo INPS 10-13% per classi di età. Differenze settembre 1999- maggio 2000 (valori percentuali). -

 

Maschi

Femmine

Totale

  Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale
Fino a 30 anni

-1,4

9,4

13,3

8,5

3,3

9,6

13,6

9,4

0,7

9,5

13,4

9,0

31-40 anni

4,1

12,2

24,6

11,6

8,4

17,3

27,4

16,9

5,7

14,7

25,8

14,2

41-50 anni

2,6

9,3

23,7

8,9

10,4

14,6

24,0

14,5

4,7

11,5

23,8

11,1

51-60 anni

4,1

7,7

21,2

7,7

10,1

13,6

22,0

13,6

5,4

9,7

21,4

9,6

61 anni e oltre

15,2

19,0

31,2

18,9

18,8

21,9

33,4

21,9

15,6

19,6

31,6

19,6

Totale

3,9

11,0

22,6

10,5

8,1

14,0

22,8

13,8

5,2

12,3

22,7

12,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS

La fotografia del fondo a maggio 2000 mostra dunque una realtà sempre più giovane, infatti le prime due classi di età (fino a 40 anni) complessivamente coprono il 55% degli iscritti. Tale valore per le donne raggiunge ben il 66%, con uno scarto rispetto agli uomini di 20 punti percentuali. (Tab. 8)

 

Tab. 8 - Distribuzione per classi di età e tipologia degli iscritti attivi al fondo INPS 10-13% al 9 maggio 2000 (valori percentuali). –

 

Maschi

Femmine

Totale

  Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale
Fino a 30 anni

13,8

18,6

14,9

17,9

23,5

33,8

25,9

33,0

16,9

25,6

19,0

24,7

31-40 anni

32,8

27,3

35,9

28,1

41,8

32,2

43,0

33,0

35,6

29,5

38,6

30,3

41-50 anni

26,3

21,8

23,3

22,3

21,2

18,1

17,9

18,3

24,7

20,1

21,3

20,5

51-60 anni

18,7

20,2

17,7

19,9

10,7

11,7

10,5

11,6

16,2

16,2

15,0

16,2

61 anni e oltre

8,4

12,2

8,1

11,7

2,8

4,2

2,7

4,1

6,7

8,5

6,1

8,3

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Fonte: Elaborazioni IRES su dati INPS

 

Le donne sono più giovani degli uomini: l’età media di questi ultimi è di circa 40 anni, quella delle donne di 37. Tra queste, il 33% ha un’età inferiore ai 30 anni, mentre tra gli uomini la percentuale corrispondente è del 17,9% , con una differenza dunque di ben più di 15 punti. Rispetto agli uomini, le donne sono assai meno presenti nell’ultima classe di età. A spiegazione di questo diverso andamento per età e per sesso è ipotizzabile che tra gli iscritti al fondo vi sia in relazione al genere una differenza nelle professioni esercitate e un diverso "utilizzo" di questa modalità lavorativa.

Sappiamo da precedenti rilevazioni, non aggiornate di recente dall’INPS, che gli amministratori di società costituiscono quasi il 50% degli iscritti al fondo 10-13%. E’ ipotizzabile che questi siano prevalentemente maschi e in età più adulta. Questo dunque innalzerebbe l’età dei maschi iscritti. E’ anche ipotizzabile che il lavoro parasubordinato sia per le giovani donne un canale di ingresso, ma anche di permanenza nel mercato del lavoro. Si possono notare infatti le diverse percentuali che assume la variabile di genere nelle classi centrali. Per gli uomini, il lavoro parasubordinato sembrerebbe essere quasi il proseguimento di un’attività lavorativa "altra". E’ ad esempio ipotizzabile che essi svolgano lavori "professionalizzati" e che siano in parte soggetti che hanno deciso di "mettersi in proprio" o di prolungare la propria attività lavorativa pur percependo una pensione o di svolgere un’altra attività, pur essendo dipendenti. Tale ipotesi è confortata anche dal maggior numero di possessori di partita IVA tra gli uomini rispetto alle donne. Ovviamente ciò non esclude che tra di essi vi siano invece persone che avevano un lavoro dipendente e che purtroppo lo hanno perduto. Tra l’altro vale la pena di ricordare che dal punto di vista previdenziale quest’ultima è la situazione maggiormente critica, non essendo possibile al momento il ricongiungimento dei contributi versati.

Analizziamo ora i dati sugli iscritti al fondo INPS nelle differenze regionali. La regione in cui si concentra il maggior numero di iscritti si conferma essere la Lombardia (22,8%), seguita a distanza di più di 10 punti percentuali dal Lazio. Rispetto agli anni precedenti è aumentato il numero di iscritti in alcune regioni meridionali, in particolare Campania, Sicilia, Puglia dove tra il 1997 e il 1999 il lavoro coordinato e continuativo è passato da valori compresi tra il 2,4 e il 2,9 % degli occupati a valori compresi tra il 4 e il 4,7%. (Fig.1). Tale fenomeno, come vedremo successivamente è ancora più accentuato per le donne (Fig.2).

Fig.1 - Incidenza degli iscritti attivi al fondo INPS sull’occupazione a livello provinciale. Maggio 2000-

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS e ISTAT media 1999.

 

Fig. 2 - Incidenza delle lavoratrici iscritte al fondo INPS 10-13% sull’occupazione femminile. Maggio 2000 –

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS e ISTAT media 1999.

 

Più si scende al Sud, più la percentuale di donne tra gli iscritti al fondo aumenta, mentre al Nord permane una maggiore presenza degli uomini. Se confrontiamo i dati INPS con i dati ISTAT sugli occupati notiamo che nelle regioni settentrionali la composizione per sesso dei lavoratori parasubordinati si avvicina ai valori nazionali, mentre nel caso del Sud e delle Isole tra gli iscritti INPS le donne coprono una percentuale che è quasi doppia del valore espresso tra le occupate. (Tab. 9)

Si pensi che nel 1997 la distribuzione per genere degli iscritti INPS mostrava pesi abbastanza simili a quelli dell’occupazione e la percentuale di donne tra i collaboratori era addirittura inferiore a quella rilevata dall’ISTAT tra gli occupati. A distanza di due anni la percentuale di donne iscritte all’INPS ha nella maggior parte dei casi superato il valore ISTAT e nel caso di alcune regioni meridionali tale valore a addirittura raddoppiato. In particolare in Sicilia (60,4%), Puglia (55,2%) e Campania (54,6%) il dato sulla presenza femminile supera di gran lunga il valore nazionale (44,6%) (Tab. 9)

L’elevata femminilizzazione avutasi nel fondo INPS soprattutto per le regioni del Meridione induce a ipotizzare che nelle regioni a deficit di sviluppo le donne, che incontrano in questi mercato maggiori difficoltà nel trovare lavoro, come dimostrano gli elevati livelli di disoccupazione della componente femminile, trovino con più facilità lavori "parasubordinati".(Fig.2)

Tab.9 - Iscritti attivi al fondo INPS 10-13%, occupati per sesso e regione e incidenza sull’occupazione (valori percentuali). –

 

Iscritti INPS 10-13%

Totale occupazione

Incidenza su occupazione

 

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Piemonte

57,4

42,6

100,0

60,6

39,4

100,0

7,4

8,5

7,8

Valle d'Aosta

57,7

42,3

100,0

59,0

41,0

100,0

9,9

10,4

9,9

Lombardia

57,1

42,9

100,0

60,7

39,3

100,0

9,9

11,6

10,6

Trentino Alto Adige

63,8

36,2

100,0

60,2

39,8

100,0

8,1

9,3

8,5

Veneto

61,7

38,3

100,0

62,1

37,9

100,0

11,2

9,6

10,6

Friuli Venezia Giulia

57,6

42,4

100,0

60,2

39,8

100,0

8,9

9,0

8,9

Liguria

57,7

42,3

100,0

61,1

38,9

100,0

9,9

11,0

10,3

Emilia Romagna

60,7

39,3

100,0

57,9

42,1

100,0

10,3

9,1

9,8

Toscana

60,0

40,0

100,0

60,2

39,8

100,0

10,0

10,1

10,0

Umbria

56,8

43,2

100,0

61,7

38,3

100,0

8,2

10,0

8,9

Marche

59,9

40,1

100,0

59,8

40,2

100,0

8,4

8,3

8,3

Lazio

51,1

48,9

100,0

63,9

36,1

100,0

7,9

13,4

9,9

Molise

50,9

49,1

100,0

66,0

34,0

100,0

5,4

9,0

6,6

Abruzzo

53,1

46,9

100,0

65,4

34,6

100,0

4,6

8,6

5,9

Campania

45,4

54,6

100,0

71,0

29,0

100,0

3,4

10,1

5,3

Puglia

44,8

55,2

100,0

72,1

27,9

100,0

3,8

12,1

6,1

Basilicata

44,5

55,5

100,0

66,7

33,3

100,0

4,0

10,0

5,9

Calabria

46,0

54,0

100,0

70,4

29,6

100,0

3,2

8,9

4,9

Sicilia

39,6

60,4

100,0

72,5

27,5

100,0

3,4

13,8

6,3

Sardegna

49,3

50,7

100,0

67,9

32,1

100,0

5,9

12,8

8,1

Italia

55,4

44,6

100,0

63,6

36,4

100,0

7,5

10,5

8,6

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS, maggio 2000 e ISTAT, media 1999

Un’altra differenza territoriale riguarda la composizione per età nelle diverse regioni. Prendendo ad esempio quattro regioni (Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia) si può notare che le due classi più giovani, ossia fino a 40 anni pesano complessivamente in Lombardia il 52%, e in Campania il 65%, dunque con 13 punti di differenza. Anche in questo caso è determinante il peso della componente femminile: in Campania le donne fino a 40 anni sono il 73,8% degli iscritte. (Tab. 10)

I diversi mercati del lavoro producono dunque figure di parasubordinati assai diverse tra di loro: giovani donne in ingresso nel mercato del lavoro nel caso del meridione e giovani, ma anche adulti presumibilmente con altre esperienze lavorative alle spalle, nel caso del Settentrione.

Tab. 10 - Iscritti attivi al fondo INPS 10-13%, in Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia per sesso, classi di età e tipologia. Maggio 2000 -

 

Maschi

Femmine

Totale

  Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale
Lombardia                        
Fino a 30 anni

13,2

18,6

16,8

18,0

18,3

33,4

24,2

32,2

14,8

25,1

19,5

24,1

31-40 anni

32,1

25,5

34,2

26,4

40,8

29,3

41,1

30,3

34,8

27,2

36,7

28,1

41-50 anni

24,2

20,6

22,0

21,0

22,7

17,7

18,5

18,0

23,7

19,3

20,7

19,7

51-60 anni

19,9

21,7

18,1

21,4

14,3

14,3

13,4

14,3

18,1

18,4

16,4

18,4

61 anni e oltre

10,7

13,6

9,0

13,2

3,9

5,3

2,8

5,1

8,5

9,9

6,8

9,7

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Lazio                        
Fino a 30 anni

18,4

22,4

20,0

21,8

33,0

34,8

36,4

34,7

23,9

28,6

28,0

28,1

31-40 anni

34,0

29,6

38,7

30,5

37,4

34,1

40,0

34,6

35,3

31,9

39,3

32,5

41-50 anni

23,1

19,4

19,9

19,9

18,2

17,0

13,6

17,0

21,3

18,2

16,8

18,5

51-60 anni

16,3

16,9

14,8

16,8

9,0

10,1

7,4

10,0

13,6

13,5

11,2

13,4

61 anni e oltre

8,1

11,7

6,6

11,0

2,4

3,9

2,6

3,7

6,0

7,8

4,6

7,5

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Campania                        
Fino a 30 anni

13,3

26,6

16,9

24,1

31,7

40,9

31,3

40,3

17,9

34,9

22,5

32,9

31-40 anni

34,1

32,4

42,6

33,0

45,6

32,7

43,3

33,5

37,0

32,6

42,9

33,3

41-50 anni

27,9

19,4

20,1

20,9

16,6

16,8

18,7

16,8

25,0

17,9

19,5

18,7

51-60 anni

18,8

13,9

13,6

14,8

4,9

7,3

5,4

7,2

15,3

10,1

10,4

10,6

61 anni e oltre

6,0

7,7

6,8

7,3

1,2

2,2

1,4

2,2

4,7

4,5

4,7

4,5

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Sicilia                        
Fino a 30 anni

11,5

24,7

12,7

22,8

27,9

40,0

32,8

39,7

15,6

34,4

20,4

33,0

31-40 anni

34,3

30,0

40,3

30,7

44,8

32,0

41,0

32,5

36,9

31,3

40,6

31,8

41-50 anni

29,9

19,8

24,7

21,2

20,2

17,7

17,0

17,8

27,5

18,5

21,8

19,2

51-60 anni

18,1

16,0

15,9

16,3

5,5

7,8

7,8

7,8

14,9

10,8

12,8

11,1

61 anni e oltre

6,2

9,4

6,3

9,0

1,7

2,3

1,5

2,3

5,1

4,9

4,4

4,9

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Fonte: elaborazioni IRES di dati INPS

I cosiddetti collaboratori puri continuano ad essere la maggior parte degli iscritti al popolo del 10-13% (88,5%). I dati rispetto a settembre 1999 mostrano un ulteriore aumento di questa categoria a discapito dei cosiddetti professionisti che passano dal 9,5 % di settembre 1999 a l’8,8% di maggio 2000. Si verifica invece un incremento dei cosiddetti "collaboratori/professionisti" che passano dal 2% circa al 2,7%.

Osserviamo delle differenze nella distribuzione a livello regionale e per sesso: tra gli iscritti al fondo, i collaboratori puri, nelle aree meridionali raggiungono percentuali superiori al 90%. Le donne, soprattutto le più giovani e le più anziane sono nella stragrande maggioranza dei casi collaboratori puri (91,6%). Ciò è vero anche per gli uomini, ma in misura più contenuta (86%). Gli uomini infatti, rispetto alle donne sono in maggior misura "professionisti" (11%). (Tab.11)

Tab. 11 - Iscritti al fondo INPS 10-13% per tipologia, regione e sesso. Maggio 2000 (valori percentuali). –

 

Maschi

Femmine

Totale

  Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale Professionisti Collaboratori Professionisti e collaboratori Totale
Piemonte

11,1

85,8

3,2

100,0

7,7

89,9

2,5

100,0

9,6

87,5

2,9

100,0

Val d’Aosta

15,0

79,6

5,4

100,0

9,1

86,6

4,3

100,0

12,5

82,5

5,0

100,0

Lombardia

10,2

86,9

3,0

100,0

6,2

91,6

2,2

100,0

8,5

88,9

2,6

100,0

Liguria

12,6

83,0

4,5

100,0

9,2

87,5

3,3

100,0

11,1

84,9

3,9

100,0

Trentino Alto Adige

7,0

90,1

2,9

100,0

4,1

93,6

2,3

100,0

6,0

91,3

2,7

100,0

Veneto

9,0

88,0

2,9

100,0

5,4

92,6

2,0

100,0

7,7

89,8

2,6

100,0

Friuli Venezia Giulia

8,9

87,9

3,2

100,0

5,4

92,2

2,3

100,0

7,4

89,8

2,8

100,0

Emilia Romagna

9,5

87,2

3,3

100,0

7,3

89,9

2,8

100,0

8,7

88,2

3,1

100,0

Toscana

9,9

87,4

2,7

100,0

7,6

90,1

2,3

100,0

9,0

88,5

2,5

100,0

Umbria

11,1

85,7

3,2

100,0

6,7

91,0

2,3

100,0

9,2

88,0

2,8

100,0

Marche

10,4

86,3

3,3

100,0

7,7

89,8

2,5

100,0

9,3

87,7

3,0

100,0

Lazio

13,3

83,4

3,4

100,0

8,2

88,4

3,4

100,0

10,8

85,8

3,4

100,0

Abruzzo

12,6

84,5

2,9

100,0

6,1

91,7

2,2

100,0

9,5

87,9

2,6

100,0

Molise

16,1

81,6

2,2

100,0

6,4

91,9

1,7

100,0

11,3

86,7

2,0

100,0

Campania

17,1

80,1

2,8

100,0

4,8

93,7

1,4

100,0

10,4

87,6

2,0

100,0

Puglia

14,6

82,8

2,6

100,0

3,7

95,1

1,3

100,0

8,6

89,6

1,9

100,0

Basilicata

17,0

80,8

2,2

100,0

5,7

92,8

1,5

100,0

10,7

87,5

1,8

100,0

Calabria

14,6

83,3

2,1

100,0

3,5

95,4

1,1

100,0

8,6

89,8

1,5

100,0

Sicilia

12,7

85,3

2,0

100,0

2,8

96,4

0,9

100,0

6,7

92,0

1,3

100,0

Sardegna

11,6

85,6

2,8

100,0

3,9

94,5

1,6

100,0

7,7

90,1

2,2

100,0

Italia

11,0

86,0

3,0

100,0

6,2

91,6

2,2

100,0

8,8

88,5

2,7

100,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS

Complessivamente gli iscritti monocommittenti continuano ad essere la quota prevalente. Essi infatti sono l’83,7% del totale. Le donne hanno maggiormente rispetto agli uomini un solo committente (rispettivamente l’85,9% e l’82%). Al Sud la monocommittenza raggiunge le percentuali più elevate, ossia laddove i tassi di disoccupazione sono i più elevati e dove il mercato è più instabile e meno dinamico.

Ancora una volta si distinguono le donne meridionali, esse infatti si può dire che siano le più "fedeli": l’incidenza delle monocommittenze sul totale supera per loro ben il 90%, così in Campania le collaboratrici con un solo committente sono il 91,2% delle iscritte, in Sicilia il 90,6% e in Calabria il 90,4% (Tab. 12).

Al momento in base ai dati INPS non è possibile verificare la durata dei contratti, e sapere se i soggetti lavorano sempre per il medesimo committente. Ciò ci aiuterebbe a chiarire se la monocommittenza sia un indicatore di forza, in termini di maggiore stabilità e durata del contratto o viceversa di debolezza dei lavoratori e aiuterebbe anche a chiarire quanti di essi sono falsi o veri autonomi. Sarebbe anche utile al chiarimento depurare i dati INPS dagli amministratori di società, che ovviamente spesso hanno un unico committente, cioè essi stessi, essendo frequentemente amministratori di società proprie. Al momento i dati INPS non rendono possibile ciò, pertanto possiamo soltanto avanzare delle ipotesi sulla base dei dati disponibili.

Indubbiamente, come l’indagine dell’IRES sui collaboratori coordinati e continuativi, ma anche come vedremo successivamente dai dati ISTAT, all’interno del lavoro atipico la professionalità gioca un ruolo determinante nel far sì che un lavoratore sia forte o debole nel mercato. Un elemento di forza assai importante inoltre sono le esperienze lavorative pregresse: più sono numerose e qualificate, maggiori sono le chance di trovare lavori.

Tra gli iscritti al fondo 10-13% la monocommittenza riguarda maggiormente quei soggetti che tradizionalmente nel mercato del lavoro hanno posizioni più deboli: i giovani, (perché inesperti), i residenti nel mezzogiorno (perché le occasioni di lavoro sono poche) le donne, (perché talvolta a causa della doppia presenza lavoro/famiglia hanno minori offerte dalla domanda, ma anche più vincoli e quindi minori margini di scelta). Questi soggetti ricordiamo sono una percentuale rilevante degli iscritti al fondo.

Non è facile quindi definire con chiarezza chi e quanti sono i lavoratori deboli e chi e quanti i lavoratori forti, nel mercato vista l’incidenza e l’interelazione di più variabili. Indubbiamente però va sottolineato che per una buona parte di giovani, donne e residenti nel Sud la monocommittenza è senza dubbio un indicatore di debolezza nel mercato. Questo elemento, pur essendo una prova indiziaria, da solo non basta però a chiarirci qual è la quota di falsi autonomi che lavora, suo malgrado, con tale modalità di lavoro.

 

Tab. 12 - Incidenza degli iscritti attivi al fondo INPS 10-13% operanti con un solo committente al 26 maggio 2000 sul totale degli iscritti attivi per regione e sesso -

 

Maschi

Femmine

Totale

Piemonte

82,5

86,3

84,2

Val d'Aosta

80,3

85,6

82,6

Lombardia

81,0

83,6

82,1

Liguria

81,8

86,1

83,6

Trentino Alto Adige

78,4

84,4

80,6

Veneto

81,0

86,2

83,0

Friuli Venezia Giulia

80,0

84,1

81,8

Emilia Romagna

78,9

83,4

80,6

Toscana

82,7

86,0

84,0

Umbria

81,2

85,6

83,1

Marche

81,9

85,9

83,5

Lazio

82,6

85,1

83,3

Abruzzo

84,0

87,7

85,7

Molise

84,2

89,4

86,7

Campania

87,9

91,3

89,8

Puglia

86,5

88,7

87,7

Basilicata

85,1

88,2

86,8

Calabria

87,6

90,4

89,1

Sicilia

87,1

90,7

89,3

Sardegna

83,4

86,5

85,0

Italia

82,0

86,0

83,7

Fonte: elaborazioni IRES su dati INPS

Alcune informazioni sulle collaborazioni coordinate e continuative sono state rese disponibili dall’ISTAT nel rapporto annuale sulla situazione del Paese. Nei risultati dell’indagine sulle forze lavoro di gennaio 1999, effettuata attraverso un modulo ad hoc sull’occupazione atipica, si quantificano i collaboratori coordinativi 715 mila unità. A marzo 1999 l’INPS contava 1.456.716 iscritti attivi.

La rilevante discrepanza tra le diverse fonti di dati nelle spiegazioni fornite dall’ISTAT è da attribuirsi al fatto che l’Istituto nazionale fa riferimento nel questionario all’attività principale delle persone intervistate in una data settimana, mentre la fonte amministrativa registra le posizioni contributive aperte, che possono coprire archi temporali diversi.

Vediamo ora altre possibili spiegazioni della sottostima del dato.

1) Il questionario ISTAT si basa su una autodefinizione e (autopercezione ) dell’intervistato. E’ dunque possibile che in modo molto soggettivo gli intervistati abbiano scelto se collocarsi tra i dipendenti, gli autonomi o i collaboratori. Vi può essere infatti il caso di collaboratori che si percepiscono dipendenti, pur se contrattualmente non ricadono in questa tipologia o di collaboratori che si definiscono "autonomi puri".

2) Gli amministratori di società costituiscono circa il 50% degli iscritti al fondo 10-13%. Questi soggetti nell’autodefinizione potrebbero essersi "classificati", anche correttamente, tra gli autonomi puri e non tra i collaboratori. Di conseguenza essi potrebbero costituire una buona porzione dei soggetti mancanti nella conta effettuata dall’ISTAT.

3) Le domande, così come sono formulate nel modulo ad hoc del questionario delle forze di lavoro, non consentono di rilevare coloro i quali svolgono più di una attività lavorativa, ma nessuna delle due in modo prevalente. Così ad esempio il dipendente part-time, che è anche un coordinato e continuativo, non saprebbe dove collocarsi e dovrebbe necessariamente scegliere se classificarsi come dipendente o collaboratore. Anche in questo caso, sappiamo che i dipendenti sono circa il 16% degli iscritti (il dato risale a marzo 1999).

La rilevazione compiuta dall’ISTAT sulle collaborazioni coordinate e continuative è per i ricercatori un materiale di grande interesse. Esso infatti consentirebbe di avere informazioni socio-economiche su questa porzione di lavoratori che al momento non sono disponili attraverso i dati di fonte amministrativa.

Così ad esempio i dati sul volume d’affari coperto dai contratti di collaborazione, le professioni, i settori di attività e titoli di studio dei lavoratori. Secondo i dati rilevati dall’ISTAT, ad esempio per il 43,5% dei collaboratori intervistati il reddito percepito da questa modalità di lavoro copre più del 50% del volume di affari.

L’ISTAT inoltre evidenzia l’elevata presenza tra i collaboratori di persone in possesso di un titolo di studio superiore. Essi sarebbero più della metà dei collaboratori intervistati, di cui ben il 17,3% in possesso di una laurea. L’elevato livello di scolarizzazione tra gli iscritti al fondo è anche spiegabile con una buona presenza di giovani (il 30,7% ha un’età inferiore ai 35 anni). L’Istat ipotizza che "per queste persone i contratti di collaborazione coordinata e continuativa possono quindi costituire una scelta che unisce la sicurezza del compenso percepito dal committente alla possibilità di una organizzazione autonoma del lavoro e a maggiori responsabilità personale". Se è pur vero che questa potrebbe essere un’ipotesi valida per alcuni dei collaboratori con elevati livelli di scolarizzazione e presumibilmente anche con buone professionalità, è anche vero che vi è un 43% di persone con un titolo di studio molto basso: il 29,6% ha la licenza media e il 13,9% la licenza elementare. Costoro ovviamente potrebbero essere i soggetti maggiormente esposti ai rischi della precarietà, anche se ovviamente si tratta di ipotesi, non essendo al momento disponibili dati utili a completare i profili sociali di questi soggetti, come ad esempio la professione esercitata. (Tab. 13)

Va detto che al momento in questa prima rilevazione, che ricordiamo è stata una indagine "pilota" e che come tale è suscettibile di cambiamenti, sono stati raccolti dati che, specie se confrontati con i dati amministrativi lasciano alcuni dubbi irrisolti. Ad esempio secondo i dati ISTAT, tra i collaboratori coordinati e continuativi le donne sarebbero meno del 25%; dato questo in netta discrepanza non soltanto con il dato INPS, ma anche con i dati ISTAT stessi. L’ISTAT infatti nella medesima indagine rileva anche che quasi il 60% dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa riguarda il settore del commercio, alberghi e ristoranti e quello dei servizi; settori che come è noto dalle statistiche ufficiali, sono fortemente femminilizzati. In relazione a ciò tale valore sembra essere molto sottostimato.

Altro dato poco aderente al dato INPS è quello del numero di contratti di collaborazioni. Secondo l’ultimo dato INPS quasi l’84% degli iscritti ha un solo committente, mentre invece la fonte ISTAT rileva che l’86% dei lavoratori autonomi che dichiarano di avere contratti di collaborazione ne ha più di due e soltanto il 14% avrebbe un solo committente. Anche immaginando che il dato INPS sulla monocommittenza potrebbe essere "gonfiato" dalla presenza degli amministratori, che sono ovviamente monocommittenti, essendo spesso amministratori della propria società, il dato ISTAT appare senz’altro "gonfiato" sul versante opposto. Una spiegazione potrebbe essere data dal fatto che i soggetti intervistati non sempre distinguono tra le collaborazioni occasionali e le coordinate e continuative.


Tab. 13 - Lavoratori autonomi con contratti di collaborazione coordinata e quantitativa per sesso, classi di età, titolo di studio, ripartizione geografica, settore di attività economica – Gennaio 1999 – composizioni percentuali. –

  Volume d'affari coperto dai contratti di collaborazione  
 

-50%

+50%

Totale

SESSO      
Maschi

77,1

72,4

75,1

Femmine

22,9

27,6

24,9

Totale

100,0

100,0

100,0

CLASSE DI ETA'      
15-24 anni

4,1

3,4

3,8

25-34 anni

25,9

28,2

26,9

35-54 anni

53,0

51,0

52,1

55-64 anni

13,6

13,0

13,4

65+ anni

3,4

4,3

3,8

Totale

100,0

100,0

100,0

TITOLO DI STUDIO      
Titolo universitario

15,9

19,1

17,3

Diploma di maturità

30,4

35,9

32,8

Diploma di qualifica professionale

6,3

6,6

6,5

Licenza media

33,0

25,0

29,6

Licenza elementare

14,4

13,4

13,9

Totale

100,0

100,0

100,0

RIPARTIZIONE GEOGRAFICA      
Nord-ovest

34,5

35,5

34,9

Nord-est

19,7

25,1

22,0

Centro

19,1

23,0

20,7

Mezzogiorno

26,7

16,5

22,3

Totale

100,0

100,0

100,0

SETTORE DI ATTIVITA' ECONOMICA      
Agricoltura

7,1

8,7

7,8

Industria

22,0

21,6

21,8

Costruzioni

14,7

7,4

11,5

Commercio, alberghi e ristoranti

25,2

19,0

22,5

Servizi

31,0

43,4

36,4

Totale

100,0

100,0

100,0

Fonte: Istat, Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro – Rapporto annuale sulla situazione del Paese -

2.2 Il tempo determinato

Come detto precedentemente i lavoratori a tempo determinato in Italia nel 1999 sono quantificati dall’ISTAT in circa 1.410.000 unità, pari poco meno del 7% del totale degli occupati e al 9,5% degli occupati dipendenti. I contratti a tempo determinato coprono più del 50% del flusso degli avviati complessivi. Ricordiamo che nella rilevazione dell’ISTAT sono inclusi tutti quei lavoratori che hanno un contratto dipendente a termine, ossia sono inclusi anche i lavoratori con contratti di formazione lavoro e con contratti di apprendistato. In base alla definizione dell’ISTAT di occupazione temporanea, nel conteggio ricadono sotto questa categoria anche i lavoratori temporanei per eccellenza, ossia gli interinali, ma potrebbero essere inclusi, in base alle dichiarazioni dei lavoratori anche soggetti con borse di lavoro, PIP, "articolisti", che si percepiscono come dipendenti. Sotto un’unica definizione, quindi ricadono soggetti occupati in lavori caratterizzati da gradi di tutela assai differenziati tra di loro.

Il confronto tra le diverse fonti statistiche e amministrative non consente, se non in modo molto approssimato, di stimare le quote che all’interno di quello che l’ISTAT definisce "occupazione temporanea" coprono le diverse modalità di lavoro.

Dalle fonti Ministero del Lavoro e Confinterim sappiamo che nel 1999 i lavoratori con contratti di formazione lavoro sono stati 372.283 (dato al I semestre), quelli con contratti di apprendistato 437.757 (dato ad Agosto ), gli LSU/LPU 144.139 (dato al I semestre), i PIP 12.999 (stock medio annuo) ed infine quelli con contratto temporaneo 194.836. Quest’ultimi sommando i dati delle imprese fornitrici aderenti a Confinterim e quelli della Manpower, che detiene il 20-25% del mercato del lavoro interinale in Italia, sono quantificati in 239.230 unità. Stando ai dati forniti da Confinterim il lavoratore temporaneo tipo è maschio (62%) con un’età media di 30 anni, diplomato (53%). Buona parte di essi è impiegata in imprese metalmeccaniche. I lavoratori interinali assunti a tempo indeterminato dall’impresa fornitrice, sempre secondo i dati Confinterim, sono il 22,6%. Essi vengono utilizzati dalle imprese prevalentemente per far fronte a picchi di lavoro (70%) e in minor misura per sostituire lavoratori assenti (18%) o per far fronte ad assetti produttivi non previsti (12%).

Nel caso dei contratti di formazione lavoro la presenza femminile si attesta su un valore assai vicino alla media nazionale dell’occupazione e pari al 34,7%, mentre nel caso dei contratti di apprendistato tale percentuale è superiore di più di 4 punti al valore nazionale e pari al 39,8%. (Tab. 14)

Complessivamente, nel tempo determinato, come in altre forme di lavoro atipico, vi è dunque una elevata presenza delle donne. Esse infatti sono il 47,7% degli occupati con questa modalità di lavoro e tra le occupate quasi il 9% ha un contratto a tempo determinato, con una differenza di quasi 3,5 punti rispetto agli uomini. Il lavoro a tempo determinato pesa di più nelle regioni meridionali e insulari rispetto a quelle settentrionali. Così il tempo determinato copre nell’Italia settentrionale il 5,3% dell’occupazione e ben il 10,2% nel Sud. Se si considerano le sole Isole si raggiunge il valore dell’11,9%. (Tab.3)

Disaggregando i dati per genere osserviamo ancora una volta che il lavoro atipico, nella forma del tempo determinato, assume un peso rilevante tra le donne e tra queste soprattutto tra le donne del Sud. Ad esempio tra le donne siciliane occupate coloro che lavorano con un contratto a termine sono il 14,6%. (Tab.3)

 

Tab. 14 - Contratti di apprendistato, di formazione lavoro e occupazione temporanea per sesso e regione (valori percentuali ) –

 

Apprendisti

CFL

Occupazione temporanea

 

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Piemonte

58,3

41,7

100,0

67,5

32,5

100,0

44,8

55,2

100,0

Valle d'Aosta

59,4

40,6

100,0

61,4

38,6

100,0

50,0

50,0

100,0

Lombardia

62,3

37,7

100,0

63,1

36,9

100,0

43,5

56,5

100,0

Trentino Alto Adige

62,4

37,6

100,0

65,6

34,4

100,0

46,8

53,2

100,0

Veneto

56,1

43,9

100,0

60,6

39,4

100,0

45,0

55,0

100,0

Friuli Venezia Giulia

55,8

44,2

100,0

66,9

33,1

100,0

41,4

58,6

100,0

Liguria

56,1

43,9

100,0

73,3

26,7

100,0

48,1

51,9

100,0

Emilia Romagna

58,0

42,0

100,0

64,3

35,7

100,0

41,6

58,4

100,0

Italia Settentrionale

58,7

41,3

100,0

64,1

35,9

100,0

44,1

55,9

100,0

Toscana

62,2

37,8

100,0

66,5

33,5

100,0

44,0

56,0

100,0

Umbria

60,8

39,2

100,0

71,5

28,5

100,0

45,0

55,0

100,0

Marche

60,7

39,3

100,0

69,8

30,2

100,0

40,6

59,4

100,0

Lazio

59,2

40,8

100,0

65,1

34,9

100,0

52,8

47,2

100,0

Italia Centrale

61,5

38,5

100,0

66,5

33,5

100,0

48,0

52,0

100,0

Molise

65,0

35,0

100,0

71,7

28,3

100,0

62,5

37,5

100,0

Abruzzo

63,0

37,0

100,0

66,1

33,9

100,0

53,8

46,2

100,0

Campania

60,6

39,4

100,0

67,1

32,9

100,0

63,2

36,8

100,0

Puglia

60,4

39,6

100,0

64,8

35,2

100,0

62,5

37,5

100,0

Basilicata

76,2

23,8

100,0

77,0

23,0

100,0

56,3

43,8

100,0

Calabria

72,4

27,6

100,0

70,1

29,9

100,0

55,7

44,3

100,0

Italia Meridionale

62,4

37,6

100,0

66,8

33,2

100,0

60,6

39,4

100,0

Sicilia

74,5

25,5

100,0

71,4

28,6

100,0

67,3

32,7

100,0

Sardegna

67,9

32,1

100,0

62,4

37,6

100,0

57,9

42,1

100,0

Italia Insulare

72,3

27,7

100,0

67,2

32,8

100,0

64,8

35,2

100,0

Italia

60,2

39,8

100,0

65,3

34,7

100,0

52,3

47,7

100,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati Istat e Ministero del Lavoro (OML)

Nel corso dell’ultimo anno(1998- 1999) il peso del tempo determinato sull’occupazione è leggermente diminuito per gli uomini (-0,5%), mentre è aumentato per le donne (+1,0%). Così come è diminuito al Nord e al Centro (rispettivamente -0,6% e –0,9%), ed è aumentato al Sud (+1,0%). L’incremento maggiore si è avuto tra le donne del Sud (+1,3%). (Tab.4)

E’ possibile dunque affermare che il tempo determinato, nelle sue varie forme, ha assunto un ruolo determinante nel mercato del lavoro meridionale e insulare, dove si concentra ben il 42% degli occupati a tempo determinato. Ciò è ancora più vero per la componente femminile del mercato del lavoro. Questo senza dubbio può essere un effetto delle risorse finanziarie destinate nell’ultimo anno alle politiche attive nel Sud.

Sarebbe utile alla riflessione, se le fonti lo consentissero, conoscere quali sono le forme del lavoro temporaneo che sono cresciute al Nord e quali al Sud. Ad esempio non si può non considerare in Sicilia il peso dei circa 23.000 articolisti, che lavorano nella pubblica amministrazione, soggetti che con grande probabilità nell’indagine Istat si autocollocano tra i dipendenti con lavoro a termine, ma che contrattualmente dipendenti non sono. Per apprezzare l’entità del dato si pensi che sempre nella regione Sicilia i Contratti di formazione lavoro sono 12.051(dato al I semestre 1999) e i contratti di apprendistato 11.996 (dato a Agosto 1999).

Tali dati riconducono al dibattito sulla concorrenza che nei mercati regionali può verificarsi tra diverse forme di lavoro atipico, più o meno tutelate, più o meno economicamente convenienti per le imprese.

Il Rapporto di monitoraggio sulle politiche occupazionali e del lavoro del Ministero del Lavoro sottolinea che "a fronte di una quota di occupazione nel Centro Nord pari al 70,9%, la quota di contratti di apprendistato e di formazione lavoro è del 78,5%. Tale risultato potrebbe essere l’effetto combinato di più fattori, il primo dei quali è la possibilità nel Mezzogiorno di godere di altre forme di de-contribuzione più vantaggiose dei contratti a causa mista". Osservando la tabella 15 infatti si nota come al Sud siano maggiormente presenti tra le politiche attive i cosiddetti incentivi all’occupazione (ossia bonus fiscali, riduzione dei costi del lavoro non salariali per le imprese che assumono nuovi lavoratori o che stabilizzano rapporti di lavoro precari) e la creazione diretta di posti di lavoro. Quest’ultima politica riguarda gli LSU e gli LPU, che in termini di stock hanno coinvolto circa 140.000 persone. Dal Rapporto del Ministero del Lavoro si apprende inoltre che nel Centro-Nord è stata sostenuta soprattutto l’occupazione giovanile, attraverso i contratti a causa mista, mentre al Sud le politiche hanno interessato soprattutto gli adulti, attraverso sgravi fiscali, assunzioni agevolate e creazione diretta di posti di lavoro nel settore pubblico (LSU/LPU).

Tab. 15 - Distribuzione delle situazioni individuali coperte dalle principali politiche attive del lavoro, per sesso, età ed area geografica nel 1999. Valori percentuali. –

Politiche attive

Sesso

Area geografica

Classe di età

Totale (valori assoluti in migliaia)
  Maschi Femmine Centro-Nord Sud <25 anni >25 anni  
Contratti a causa mista

62,7

37,3

78,5

21,5

74,5

25,5

752

Formazione

n.d.

n.d.

60,3

39,7

71,5

28,5

665

Incentivi all’occupazione

58,1

41,9

23,1

76,9

18,4

81,6

907

Creazione diretta di posti di lavoro

53,4

46,6

20,3

79,7

3,1

96,9

144

Fonte: elaborazioni Ministero del Lavoro e della previdenza sociale su dati Rapporto di monitoraggio 2000.

Ulteriori informazioni sui lavoratori a tempo determinato, pur se aggregate come sopra evidenziato per le diverse modalità di lavoro "a tempo" le possiamo trarre dall’ISTAT.

Il settore in cui il tempo determinato è maggiormente diffuso è quello definito dall’ISTAT "altre attività" (60,9%) che comprende tutto il settore terziario. Delle restante parte il 27% va all’industria e il 12,1% all’agricoltura.

Un dato di interesse concerne il fatto che tra coloro che hanno un lavoro a termine il 48% ha un età inferiore ai 29 anni e il 42,3% un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Si tratta quindi di giovani in ingresso, (prevalentemente maschi) ma anche in buona misura di adulti per i quali il tempo determinato non si configura come un canale di accesso al mercato, ma come un modo di essere nel mercato (prevalentemente donne). Tale ipotesi è confermata dall’osservazione dei dati distribuiti per genere : tra i maschi la classe di età con il maggior peso (48,3%) è quella dei giovanissimi (fino a 29 anni), mentre per le femmine la percentuale maggiore la troviamo nella classe di età tra i 30 e 49 anni (51,7%).

La maggior parte dei lavoratori a tempo determinato ricade nella definizione ISTAT dell’"Operaio o assimilato" (56,8%), seguiti dagli "Impiegati o intermedi" (31,9%). In realtà tale dato ci dice poco sulle reali professionalità svolte da questi lavoratori, poiché sotto queste definizioni possono ricadere i lavori più svariati.

Una conoscenza in più in questo campo ci viene dal rapporto annuale ISTAT dove si afferma che " la consistente presenza di lavoratori a tempo determinato con titolo di studio elevato e impiegati a professioni a elevata specializzazione mostra l’emergere di nuove tipologie di rapporti di lavoro".

Tab. 16 - Lavoratori atipici per carattere dell'occupazione, sesso, classi di età, titolo di studio ,settore d'attività e professione. Anno 1999 (per 100 lavoratori alle dipendenze con le stesse caratteristiche). -

 

Tempo determinato

Tempo parziale

Totale atipici

Quota di sovrapposizione*

SESSO        
Maschi

8,2

3,4

9,6

19,8

Femmine

11,5

15,7

22,7

21,4

CLASSI DI ETA’        
15-24 anni

26,7

10,2

30,6

21,0

25-34 anni

11,5

9,7

17,5

20,4

35-54 anni

5,6

7,1

10,7

20,3

55-64 anni

6,1

6,8

10,3

24,4

65 anni e più

5,1

12,2

14,9

25,9

TITOLO DI STUDIO        
Titolo universitario

9,8

5,6

12,8

21,2

Diploma di maturità

8,9

7,7

13,7

18,5

Diploma di qualifica professionale

8,1

9,4

15,1

13,9

Licenza media

9,5

8,2

14,8

20,1

Licenza elementare

12,3

11,7

19,0

25,8

SETTORE DI ATTIVITA' ECONOMICA        
Agricoltura

38,1

16,3

42,3

41,0

Industria in senso stretto

5,9

4,1

9,2

10,0

Costruzioni

13,1

4,5

15,1

18,4

Commercio

12,1

14,0

22,1

15,3

Servizi di mercato

9,2

12,2

17,9

20,5

Pubblica amministrazione e altro

8,4

7,0

11,8

20,7

PROFESSIONE        
Dirigenti e imprenditori

3,3

2,1

4,6

17,6

Professioni di elevata specializzazione

9,5

4,9

12,0

20,5

Professioni intermedie

6,8

6,7

11,3

17,2

Professioni esecutive relative

7,6

8,8

13,6

14,2

all'amministrazione e gestione        
Professioni relative alle vendite

11,9

15,5

22,8

17,9

e servizi per famiglie        
Artigiani, operai specializzati, agricoltori

9,5

4,4

11,9

17,5

Conduttori di impianti e operatori di macchinari

6,1

3,0

8,2

12,0

Personale non qualificato

21,4

19,3

32,1

30,7

Totale

9,5

8,2

14,7

20,8

Fonte: ISTAT, Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro – Rapporto annuale sulla situazione del Paese -

* Lavoratori a tempo determinato e contemporaneamente a tempo parziale per 100 lavoratori atipici

Sempre dai dati forniti dal rapporto apprendiamo però che in valori numerici ciò riguarda la minoranza dei lavoratori a tempo determinato, infatti come mostra la tabella 16 su 100 dipendenti che svolgono lavoro non qualificato, circa 21 hanno un contratto a tempo determinato ( e il 30,7% lo ha determinato e part-time) e ancora che nelle professioni relative alle vendite e ai servizi alle famiglie quasi il 12% ha un contratto a termine. Ovviamente più si sale nella gerarchia professionale minore è l’incidenza del tempo determinato.

Tale dato induce a riflettere sul fatto che una grande porzione di questi lavori venga riservata a quei soggetti che hanno scarsa professionalità e bassi titoli di studio e per i quali il rischio di una disoccupazione di lunga durata, allo scadere del contratto è senz’altro elevato.

Poiché l’ISTAT ci dice che " i lavori temporanei sono di qualità inferiore rispetto ai lavori permanenti, in termini di qualificazione professionale", questi soggetti oltre che ai rischi della disoccupazione sono particolarmente esposti anche al rischio di passare da un lavoro precario ad un altro senza riuscire nel tempo ad avere un’occupazione stabile, in mancanza peraltro per una parte di loro anche di una protezione sociale.

Diversa invece, sottolinea l’ISTAT, è la posizione di coloro che hanno titoli di studio più elevati. A tre anni di distanza dalla prima esperienza di lavoro i giovani laureati sia con contratto a tempo determinato che indeterminato, hanno una probabilità di mantenimento dello stesso posto di lavoro superiore a quello dei meno scolarizzati. Quest’ultimi inoltre, se in possesso di un lavoro a tempo determinato, a distanza di cinque anni dalla prima occupazione hanno anche minori probabilità di trovare un lavoro stabile.

Ancora una volta vanno evidenziate le differenze territoriali. Si pensi che nel Sud a distanza di tre anni dal primo lavoro a tempo determinato soltanto il 5% dei riesce a trovare un’occupazione stabile e a distanza di 5 anni meno del 15%.

Osservando la tabella 17 si possono osservare i diversi destini del lavoro se si vive al Nord, al Centro, oppure al Sud. Innanzitutto notiamo che al Sud a distanza di tre anni il 43,2% continua ad avere un contratto a tempo determinato. Anche i relativi valori dei Nord e del Centro sono abbastanza elevati e variano da circa il 31 al 38%, ma la differenza più marcata è data dal fatto che al Sud si continua lavorare per più anni per lo stesso datore di lavoro senza riuscire ad avere un lavoro contrattualmente stabile. Al Nord invece c’è una maggiore mobilità, senz’altro determinata anche dalle maggiori occasioni di lavoro. Si pensi che al Sud a distanza di tre anni dal primo lavoro a tempo determinato ben il 29,5% lavora per lo stesso datore di lavoro; a distanza di 5 anni la percentuale corrispondente è del 18,5%. Al Nord pur essendo elevata la quota di coloro che a distanza di tre anni continuano a lavorare a tempo determinato, è prevalente la porzione di chi cambia datore di lavoro, ma anche di chi riesce a trovare un lavoro a tempo indeterminato (per i Nord i valori sono pari al 31,6% e al 28%).

Un ultimo importante dato da segnalare è che a distanza di tre anni dal primo impiego a tempo determinato, il 49,1% dei lavoratori meridionali è inoccupato, contro il 25,4% dei lavoratori residenti nel Nord- Ovest.

L’impressione è che si faccia del tempo determinato un utilizzo funzionale al sistema economico nel Nord, ossia è un canale di ingresso, di professionalizzazione e consente alle imprese un "utilizzo" di specifiche professionalità per il tempo necessario. Sostanzialmente vi è una flessibilità condivisa nel sistema. Al Sud invece si ha l’impressione di una flessibilità strutturale nel sistema e utilizzata dalle imprese, ma singolarmente. La questione sembra ricondursi non tanto al tema della professionalità, quanto al costo del lavoro.

Tab.17 - Persone il cui primo impiego è stato a tempo determinato per condizione professionale a tre anni di distanza dal primo lavoro per ripartizione geografica. Ottobre 1999 (valori percentuali) -

Condizione professionale

  Stesso lavoro

Lavoro diverso

Inoccupato Totale
    Autonomo Dipendente a tempo indeterminato Dipendente a tempo determinato    
Nord-Ovest 13,8 5,0 31,6 24,2 25,4 100,0
Nord-Est 13,8 4,3 28,0 17,5 36,5 100,0
Centro 22,3 2,6 22,6 15,1 37,4 100,0
Mezzogiorno 29,5 2,5 5,2 13,7 49,1 100,0
Totale 20,3 3,6 20,8 17,6 37,8 100,0

Fonte: ISTAT, Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro - Rapporto annuale sulla situazione del Paese. -

 

Un ulteriore dato tratto dall’ISTAT che ci sembra essere di grande interesse è relativo alla motivazione dell’occupazione temporanea. Ebbene a distanza di tre anni dall’ingresso nel mondo del lavoro poco meno del 30% degli intervistati afferma di non avere potuto trovare un lavoro permanente. Tale dato sale al 42% nel Sud, contro il 14% del Nord-Ovest.

Nel Sud inoltre il 42,4% di chi ha un contratto a tempo determinato da almeno tre anni cerca un altro lavoro, contro il 31,2% del Nord-Ovest, il 22,5% del Nord Est e il 41% del Centro. E’ questo indubbiamente un indicatore di grande insoddisfazione del lavoro, che va evidenziato poiché nel caso del tempo determinato il lavoro si cerca di più dove non c’è e non contrariamente a come avviene tradizionalmente, dove il mercato è più vivace.

2.3 Il part-time

Vediamo ora il part-time, quella che tra le diverse forma dell’atipico è il meno atipico, almeno quando si associa al tempo indeterminato. I lavoratori part-time sono secondo i dati ISTAT 1.636.000, e le donne sono la maggioranza (71,9%) di quanti lavorano con questo tipo di contratto. Esse sono la maggior parte, sia a Nord che a Sud, anche se le percentuali coperte sono assai differenziate: nell’Italia settentrionale le donne sono il 79,4%, nell’Italia centrale il 74,5% mentre nell’Italia meridionale e insulare coprono percentuali rispettivamente del 54% e del 51,3% (Tab.18).

Al Nord risiede la maggioranza di coloro che lavorano part-time (55,1%), mentre in termini di incidenza sull’occupazione l’Italia settentrionale e le Isole hanno percentuali ambedue superiori all’8%. In tutta la penisola l’incidenza delle donne part-time sull’occupazione femminile non è mai inferiore al 10,2% e nel caso del Trentino e del Friuli Venezia Giulia si raggiungono punte di incidenza superiori al 21%.

Tab. 18 – Lavoratori part-time per regione e per sesso (valori percentuali) -

 

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Piemonte

21,3

78,7

100,0

5,9

8,5

7,8

Valle d'Aosta

25,0

75,0

100,0

0,2

0,3

0,2

Lombardia

20,2

79,8

100,0

14,3

22,1

19,9

Trentino Alto Adige

12,8

87,2

100,0

1,1

2,9

2,4

Veneto

20,1

79,9

100,0

7,4

11,5

10,3

Friuli Venezia Giulia

18,4

81,6

100,0

2,0

3,4

3,0

Liguria

27,1

72,9

100,0

2,8

3,0

2,9

Emilia Romagna

21,6

78,4

100,0

6,5

9,3

8,5

Italia Settentrionale

20,5

79,5

100,0

40,2

60,9

55,1

Toscana

21,3

78,7

100,0

5,9

8,5

7,8

Umbria

21,7

78,3

100,0

1,1

1,5

1,4

Marche

22,0

78,0

100,0

2,4

3,3

3,1

Lazio

31,5

68,5

100,0

8,9

7,6

7,9

Italia Centrale

25,5

74,5

100,0

18,3

20,9

20,2

Molise

28,6

71,4

100,0

0,4

0,4

0,4

Abruzzo

26,9

73,1

100,0

1,5

1,6

1,6

Campania

50,0

50,0

100,0

10,0

3,9

5,6

Puglia

50,7

49,3

100,0

7,8

3,0

4,3

Basilicata

40,0

60,0

100,0

0,9

0,5

0,6

Calabria

45,5

54,5

100,0

4,3

2,0

2,7

Italia Meridionale

46,0

54,0

100,0

25,0

11,5

15,3

Sicilia

51,8

48,2

100,0

12,4

4,5

6,7

Sardegna

40,5

59,5

100,0

3,7

2,1

2,6

Italia Insulare

48,7

51,3

100,0

16,1

6,6

9,3

Italia

28,1

71,9

100,0

100,0

100,0

100,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati ISTAT, media 1999

Il part-time ha il peso più elevato sul lavoro dipendente nelle classi di età dei giovanissimi da 15 a 24 anni e in quella dei più anziani (di 65 anni e più). Anche se va notato che la classe da 24 a 34 anni ha un valore abbastanza elevato (9,7%) e superiore alla media nazionale (8,2%) (Tab 16). In valori assoluti invece il 55,8% di coloro che lavorano con questa modalità contrattuale ricade nella classe di età centrale (30-49 anni).

Un dato da evidenziare è che il part-time, al pari del tempo determinato è maggiormente diffuso tra chi ha un basso titolo di studio (l’11,7% dei dipendenti con la licenza elementare, e l’8,2% di chi ha la licenza media) e tra chi svolge professioni poco qualificate (il 19,3% del personale non qualificato e il 15,5% delle professioni relative alle vendite e servizi alle famiglie). (Tab.16)

Nel rapporto ISTAT viene evidenziato che nel 1999 oltre il 20% dei lavoratori atipici dipendenti aveva un rapporto di lavoro a tempo determinato e part-time. L’ISTAT ipotizza che " una quota consistente di lavoratori che assommano entrambe le caratteristiche di atipicità sono beneficiari di alcune misure di workfare (lavori di pubblica utilità, lavori socialmente utili, borse di lavoro, eccetera)." Tale ipotesi è dettata dal fatto che per tutti i gruppi che hanno una posizione di debolezza nel mercato del lavoro (donne, anziani, persone a basso livello di scolarizzazione, residenti nel mezzogiorno) le quote di sovrapposizione sono superiori alla media. Tale ipotesi sarebbe anche confermata dalla poca volontarietà del part-time tra i lavoratori a tempo determinato. Infatti tra di essi oltre il 60% non desidera lavorare con un tempo ridotto.

Il settore con il più elevato peso di lavoratori par-time è l’agricoltura (16,3%), seguita dal commercio (14%) e dai servizi di mercato (12,2%).

Anche il settore pubblico all’interno dell’occupazione part-time occupa un peso rilevante. I dati al momento disponibili sono quelli forniti dal Dipartimento della Funzione pubblica e relativi al 1998.

In termini di incidenza sull’occupazione part-time nel 1998 il settore pubblico copriva una percentuale del 3,9% (2% per i maschi e 4,5% per le femmine).

Nella distribuzione per genere il settore pubblico segue l’andamento nazionale, infatti vi è una larga prevalenza di donne. Esse sono il 79,2% di quante lavorano con un’articolazione oraria fino al 50% e il 92,1% di quanti lavorano con un tempo ridotto (superiore al 50%.)

La forma di part time più diffusa nella pubblica amministrazione è quella "fino al 50%" dell’orario standard. (61%). (Tab.19)

Tab. 19 - Il part- time nel settore pubblico – 1998 –

COMPARTI

Con articolazione lavorativa fino al 50%

Con articolazione lavorativa superiore al 50%

Totale Part-Time

 

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Ministeri

1.303

2.782

4.085

438

3.485

3.923

1.741

6.267

8.008

Aziende autonome

46

47

93

15

47

62

61

94

155

Scuola

2.383

6.112

8.495

11

7

18

2.394

6.119

8.513

Settore stato

3.732

8.941

12.673

464

3.539

4.003

4.196

12.480

16.676

Enti pubblici non economici

190

847

1.037

21

261

282

211

1.108

1.319

Enti locali

3.365

8.457

11.822

752

8.943

9.695

4.117

17.400

21.517

S.S.N.

982

8.983

9.965

432

6.987

7.419

1.414

15.970

17.384

Enti di ricerca

43

49

92

17

144

161

60

193

253

Università

362

561

923

106

1.040

1.146

468

1.601

2.069

Settore pubblico

4.942

18.897

23.839

1.328

17.375

18.703

6.270

36.272

42.542

Totale P.I.

8.674

27.838

36.512

1.792

20.914

22.706

10.466

48.752

59.218

Fonte: Ministero della Funzione pubblica. RELAZIONE Generale sulla situazione economica del Paese 1999

Conclusioni

L'uso incrociato delle diverse fonti ha dunque permesso di rilevare come il lavoro atipico continui a dare il contributo maggiore alla crescita dell'occupazione e di come "nel processo di turn-over occupazionale e di ricambio generazionale, vengono creati nuovi lavori regolati sempre più da forme contrattuali non standard, mentre vengono distrutti posti di lavoro regolati in prevalenza da contratti tipici." ( Istat). Va però anche ricordato che allorquando i ritmi di crescita dell'occupazione sono più sostenuti, come nell'ultimo anno, c'è una ripresa anche dell'occupazione tipica.

Peraltro il Ministero del Lavoro nel sopra citato Rapporto di Monitoraggio sottolinea che la crescita del lavoro atipico, considerando in questo caso soltanto il part-time e il tempo determinato (ossia le forme di atipico più tutelate), non ha avuto meramente un ruolo di sostituzione di rapporti di lavoro standard ma che in parte ha riguardato anche nuove occasioni di lavoro. Nel rapporto si ipotizza che "il lavoro dipendente atipico stia fornendo margini di flessibilità che in passato caratterizzavano esclusivamente l’area del lavoro autonomo e parasubordinato". In realtà quest’ultimo, come evidenziato dall’analisi dei dati, proprio per le sue caratteristiche di estrema flessibilità, continua ad essere tra i preferiti della domanda di lavoro.

Se il tempo determinato continua ad essere la forma atipica prevalente nell'ambito del lavoro dipendente, la collaborazione coordinata e continuativa si conferma essere in assoluto la modalità più diffusa tra i nuovi contratti di lavoro. Infatti in quest’ultima modalità di lavoro i giovani (prevalentemente donne) hanno acquistato un peso sempre maggiore. Ciò conferma che una parte significativa della nuova occupazione si è concentrata in questa forma di lavoro.

Tre aspetti risultano rilevanti dall'analisi delle tendenze in corso. In primo luogo va rilevato che il lavoro atipico ha certamente interessato tutte le componenti del mercato del lavoro e tutte le regioni italiane, ma che la sua crescita nel Sud è da attribuirsi soprattutto alle donne. In particolare ciò ha riguardato il tempo determinato, le collaborazioni coordinate e continuative ed il part-time. Si può avanzare l'ipotesi che in mercati del lavoro più poveri di occasioni di lavoro alle donne siano offerti maggiormente rispetto agli uomini i posti più precari. In ogni caso il peso del lavoro atipico tra le donne è più elevato che tra gli uomini in tutte le realtà territoriali. E’ questo uno dei tanti segnali contraddittori che caratterizzano l’attuale mercato del lavoro femminile: da un lato si creano opportunità di lavoro per le donne, dall’altro si assiste ad una femminilizzazione crescente delle forme di lavoro non standard caratterizzate da un minor grado di tutela.

In secondo luogo emerge che all'interno del lavoro atipico vi è una quota significativa di soggetti con bassi livelli di scolarizzazione e di professionalità, che, come abbiamo visto, sono anche coloro che hanno maggiori difficoltà nel trovare occupazioni stabili. Sono quindi questi i soggetti più deboli ed esposti ai rischi della precarietà lavorativa e alla possibile esclusione sociale. Il lavoro atipico pur essendo una occasione di lavoro per essi, li immette in un circuito lavorativo precario da cui riescono difficilmente ad uscire.

Un ultimo aspetto da sottolineare riguarda il diverso utilizzo delle forme di lavoro atipico nelle diverse ripartizioni territoriali. Infatti, mentre al Nord la professionalità ha un ruolo rilevante nell'orientare le imprese nella scelta di utilizzare forme di lavoro atipiche, al Sud la professionalità non è una discriminante nell'utilizzo del lavoro atipico.

Sembrerebbe configurarsi al Nord un uso del lavoro atipico per "spezzoni" di lavoro. Esso sarebbe maggiormente riservato a lavoratori in ingresso nel mercato del lavoro o a lavoratori con professionalità spendibili. Al contrario al Sud il lavoro atipico è sì un canale di accesso, ma per una larga porzione di lavoratori è soprattutto un modo di stare nel mercato.